Analisi da Sassari a Olbia, sembra una fake news

Difficile capire la scelta: non si parla di sughero, granito, mitili o altro trasportati da mezzi pesanti sulla Sassari-Olbia ma di campioni e materiali biologici deperibili - IL COMMENTO

Si presenta quasi come una fake news, a una lettura frettolosa e superficiale, la notizia dello spostamento del servizio analisi da Sassari a Olbia, una dei quattro hub (centri) insieme a Cagliari, Oristano, Nuoro. Nell’ambito della riorganizzazione della rete dei laboratori di analisi, rimane fuori Sassari. La conseguenza sarà la peregrinazione di milioni di campioni biologici che viaggeranno su strada, con tutto ciò che implica - com’è facilmente intuibile - la spedizione e il trasporto di campioni diagnostici e di materiali biologici deperibili.

Non si parla di sughero, granito, mitili o altri prodotti trasportati da mezzi pesanti lungo la strada Sassari-Olbia, sui cui lavori sembra gravare una maledizione biblica. Trattasi di campioni biologici (sangue, urine, ecc.) il cui trasporto - sia che avvenga nella stessa struttura o tra luoghi diversi - è regolato da una lunga serie di circolari ministeriali e norme europee che dettano in generale (per prodotti biologici, campioni diagnostici, sostanze infettive) le modalità e le procedure (tipologie dei contenitori per trasporto, appropriato confezionamento dei materiali ecc. . ) perché avvenga in modo sicuro. Questo per garantire il personale coinvolto nelle operazioni di spedizione e di trasporto e per essere certi che il materiale giunga a destinazione nei tempi e nelle condizioni ottimali, in modo che possa essere analizzato, proteggendo la sicurezza del personale di laboratorio e, insieme, l’attendibilità dell’esito.

Che dire? La forza centrifuga di poteri, servizi, opportunità di sviluppo dall’antica capitale del capo di Sopra ha segnato un’altra tappa, sotto forma di “taglio” alla sanità sassarese, che ha espresso storicamente qualità ed eccellenze. Certo, c’è da considerare che, comunque, resta a Sassari il più importante punto di riferimento nel territorio, il laboratorio hub dell'Aou di Sassari. Ma, e qui, come si dice, sorge spontanea una domanda: perché, debitamente riorganizzato e potenziato - e mediante convenzioni tra le due aziende sanitarie - non può essere quest’ultimo l’hub di riferimento del Nord Sardegna?

Francamente, riesce difficile comprendere la logica di questa scelta, anche compiendo un atto di fede nella programmazione sanitaria della dirigenza dell’Ats e tenendo conto dello scopo virtuoso (miglioramento dei servizi, eliminazione degli sprechi, utilizzo ottimale della strumentazione di ultima generazione, ecc.), a cui tende la centralizzazione e l'aggregazione delle attività di analisi in strutture ad alta capacità produttiva. Insomma, la riorganizzazione appare irrazionale (per non esagerare con gli aggettivi), pur non arrecando (almeno direttamente), disagi agli utenti, che continueranno a fare riferimento ai diversi punti di prelievo territoriali, senza spostamenti e difficoltà di accesso.

Ma a sollevare interrogativi c’è un altro aspetto: sfugge il perché un atto di programmazione sanitaria di tale importanza non sia stato debitamente discusso nelle sedi istituzionali opportune, consiglio regionale, enti locali. Cosa che ha suscitato le reazioni, stupite e preoccupate, di diverse figure istituzionali, tra cui il sindaco di Sassari, Nicola Sanna, che chiede - e certamente non spinto da furori campanilistici - che sia Sassari la sede dell'hub del Nord Sardegna.

Di buone intenzioni, si sa, è lastricato l’inferno. E quella di “razionalizzare” spostando il servizio da Sassari - con un volume di esami quasi il doppio di quello di Olbia - fa a pugni anche con i numeri e sembra sottovalutare molti criteri: distanze, caratteristiche strutturali delle strade, volume di traffico che fa dubitare della velocità dei tempi di trasferimento delle provette. Dato il presumibile onere imposto dalle complesse procedure richieste dalle norme vigenti, in termini di costi e
di personale, è arduo pensare a grandi risparmi. Cosa fatta capo ha, si dice. C’è da sperare che, dopotutto, non sia “cosa fatta” e che ci sia spazio per un confronto tra tecnici e politici, ascoltando anche i territori e le loro rappresentanze. Non è quello che si chiama “fare squadra”?

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