«Schiaffi per far reagire i pazienti malati di Alzheimer»

Processo Dore, il racconto choc dell’ex braccio destro del neurologo

SASSARI. «Offese verbali per provocare reazioni, e poi schiaffi, caviglie e polsi legati alle sedie, spruzzi di acqua fredda in faccia, pannoloni pieni di escrementi lasciati vicino ai pazienti perché provassero repulsione».

Davide Casu – braccio destro del neurologo Giuseppe Dore all’epoca in cui scoppiò l’inchiesta sulla Psiconeuroanalisi che ha fatto finire davanti ai giudici 21 persone – risponde per tre ore alle domande del procuratore Gianni Caria che lo ha citato come testimone davanti al collegio presieduto dal giudice Mauro Pusceddu (a latere Sergio De Luca e Giulia Tronci). Il processo, oltre al neurologo Dore, coinvolge la collega Marinella D’Onofrio e altri medici, politici, dirigenti Asl dell’epoca e familiari di pazienti, accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, abuso d’ufficio, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona e omicidio colposo. Sotto accusa quella cura che Dore definiva miracolosa per l’Alzheimer e che, secondo la Procura, prevedeva maltrattamenti sui pazienti in nome di una “rinascita”. Una terapia che rinnegava la somministrazione di medicinali a favore di un modello di cura che si basava su esercizi linguistici e vitamine. E, in alcuni casi, prevedeva anche che i familiari mostrassero distacco e rigidità nei confronti dei propri cari malati.

Davide Casu a un certo punto abbandonò Dore e il suo gruppo di “sostenitori”. Lui, fedelissimo del neurologo («Ci conosciamo da quando avevamo 14 anni») scelse di andare via dopo un episodio in particolare: «Un giorno accompagnai Dore a fare una visita in casa di una paziente. Si sedette di fronte a lei, una donna minuta ma vivace. Lei farfugliava qualcosa in albanese ma Dore voleva che parlasse in italiano. Cominciò una sorta di interrogatorio e ogni volta che non arrivavano le risposte in italiano la schiaffeggiava. Le diede almeno una ventina di schiaffi, tanto che a un certo punto le sanguinò il labbro, aveva la pelle sottilissima, ebbe un riversamento di sangue anche sulle borse degli occhi». Caria interrompe il teste: «Cosa disse il neurologo in quel momento?», la risposta di Casu: «Che qualche livido non avrebbe ucciso nessuno». Casu mollò tutto e si presentò dai carabinieri: «Fu la mia rivalsa per chi aveva operato in un modo così barbaro. Subii conseguenze per questo, fui calpestato nella mia vita personale. Dissero in giro che ero uno stupratore, un drogato, un delinquente avvezzo al gioco che prima o poi dovevo morire ammazzato».

L’esame dell’imputato si è poi spostato sul fronte Aion e ospedale Alivesi di Ittiri. «Per costituire l’Aion chiedemmo aiuto ad Antonello Peru (all’epoca consigliere regionale), anche per accelerare qualche passaggio burocratico. A Dore piaceva l’Alivesi e pensò di chiedere un’ala per ospitare l’Aion. Peru ci diede
delle indicazioni verbali su come presentare la domanda alla Asl, c’era Giannico all’epoca e fu Peru a metterci in contatto con lui. Ma non spiegammo mai a Giannico cosa avremmo voluto realizzare all’Alivesi: una scuola di formazione e un’ala per accogliere i pazienti». (na.co.)

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