Il respiro della libertà e quelle vite senza tempo

Sassari, un giorno con gli ospiti della comunità psichiatrica e gli operatori della Elleuno 

SASSARI. Giuseppe il liutaio non vuole essere disturbato. Le dita nodose maneggiano con delicatezza chiodi sottili come spilli. Un colpo di martello e gli aghi penetrano con precisione millimetrica nei piroli della chitarra. Giuseppe si muove con lentezza e concentrazione, ignorando cosa sia la fretta. Sta qui da decenni in un tempo sospeso e qui vuole restare, nel suo “non tempo”, ad aggiustare sempre la stessa chitarra.

Vigilia di Natale a Rizzeddu, ex ospedale psichiatrico, nel laboratorio di bricolage gestito dal personale della cooperativa Elleuno. Ci sono altri laboratori, nelle stanze che si affacciano sull’androne: bricolage, musica, ceramiche, arti creative. Colpiscono subito il colore degli oggetti e la serenità dell’ambiente. Non ci sono camici a distinguere chi assiste da chi viene assistito.


Natale è domani ma Giuseppe non lo sa e comunque non gliene importa. Natale, per quest’uomo anziano, è un giorno come gli altri che trascorre qui da quando un ragazzino. Giuseppe (non è il suo vero nome) è arrivato a Rizzeddu quando era “il manicomio” e ci è rimasto dopo che, quarant’anni fa, la legge Basaglia ha aperto i ghetti vergognosi degli ospedali psichiatrici. Ora Giuseppe vive in una delle tre comunità psichiatriche gestite dalla cooperativa Elleuno. Hanno nomi gentili di fiori e di alberi: “I mandorli”, “Le ginestre” e “Gli ulivi”. E di verde, nel parco che circonda le case protette nel parco dell’ex manicomio, ce n’è davvero tanto.

Nella prima comunità ci sono 14 uomini, quasi tutti con restrizioni giudiziarie perché giudicati socialmente pericolosi. Nelle altre due strutture vivono venti donne e venti uomini, ciascuno con un disagio e un progetto personalizzato per superarlo o per viverlo senza stare male.

Se Giuseppe è indifferente al Natale, in questi giorni nelle tre comunità psichiatriche di Rizzeddu gli altri ospiti invece sentono il clima della festa, alcuni con allegria, altri invece chiudendosi in un guscio di malinconia. A questa improvvisa cupezza gli operatori fanno attenzione. Anche per questo, spiega sorridendo il coordinatore Emanuele Masala, le ferie natalizie a Rizzeddu sono poche e quasi tutto il personale è in servizio. Questi, infatti, sono giorni in cui restare maggiormente vigili.



Sono un centinaio gli addetti ai lavori a Rizzeddu: il medico psichiatra, gli educatori, gli assistenti sociali, gli infermieri, gli Oss. «La giornata tipo è diversa in base alle strutture e ai progetti dei pazienti – spiega Emanuele Masala –. C’è partecipa ai laboratori dentro la struttura e chi invece va all’esterno, nei laboratori scelti dal Centro di salute mentale nel territorio». La routine, insomma, a Rizzeddu non esiste se non nelle azioni quotidiane della sveglia, della igiene personale e dei pasti consumati tutti insieme.

In questa piccola comunità, che non è famiglia ma le somiglia tanto, la viglia di Natale è un giorno molto delicato. «Qualcuno ha la possibilità di tornare a casa, ma non sono tantissimi – raccontano gli operatori –. Alcuni ospiti, soprattutto quelli più anziani che provengono dall’ex ospedale psichiatrico, non hanno più una famiglia. Altri invece non possono tornare a casa perché considerati ancora socialmente pericolosi».

Anche per questo, quello che per le persone “normali” è il periodo più bello dell’anno, a Rizzeddu è un momento di fragilità da monitorare. Ecco perché il personale rinuncia a un giorno in più di ferie per stare accanto agli ospiti.

La vigilia tutti si sono ritrovati nella cappella, ad ascoltare la messa celebrata dall’arcivescovo Gian Franco Saba. Monsignore ha ricevuto in dono un bassorilievo di ceramica. Altri regali sono stati distribuiti ai partecipanti. È stata una vigilia semplice, familiare, seguita da una cena ordinata da un catering per dimenticare per una sera i sapori della mensa da ospedale.

Una vigilia serena vissuta in un ambiente tranquillo che fa dire a un trentenne, ospite alle Ginestre dopo diversi ricoveri alternati a periodi di detenzione in carcere, «sto finalmente bene. Io che ero l’uomo delle fughe, e ne ho fatte veramente tante, qui respiro la libertà».

C’è un cinquantenne che invece non fuggiva ma spaccava tutto. «Tra Opg e comunità, ho fatto ventotto anni – dice –. Sono tornato a Rizzeddu da qualche anno, dopo esserci stato tanto tempo fa e ho trovato tutto cambiato. Piano piano mi sono abituato». Adesso non spacca più nulla.
 

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