La madre di Michela: «Viveva per i suoi figli»

Riuniti in casa, i familiari raccontano la vita della donna strangolata dal marito

ALGHERO. «Ricordo ancora come fosse oggi quel giorno in cui portai mia figlia dalla pediatra, avrà avuto quattro anni. La dottoressa la guardò e le chiese: “Michela, ma tu cosa vorresti fare da grande?”. E lei, sorridente e decisa, le rispose: “Io voglio fare la mamma”».

A raccontare chi era Michela Fiori nella vita di tutti i giorni e nei suoi sogni da bambina è la madre, Giuseppina Grasso. Una donna molto bella, lineamenti dolci scalfiti dalla sofferenza di questi giorni, uno sguardo spento che si riaccende non appena parla di quella figlia «solare e con una grande luce nell’anima».



Ad aprire la porta d’ingresso dell’appartamento di via delle Baleari sono loro, i familiari più stretti della donna uccisa dall’ex marito lo scorso 23 dicembre, ad Alghero. Ci sono la mamma, il fratello Luca, la sua fidanzata e il compagno di Giuseppina. Si percepisce subito che la forza di queste persone accomunate dallo stesso lacerante dolore sta nell’affiatamento. Uniti, si guardano, si incoraggiano a vicenda, piangono e si asciugano reciprocamente le lacrime: «Quando c’è amore, quello vero e sano, si affrontano molte cose». Anche le disgrazie.

«La famiglia per Michela era tutto – raccontano – il suo modo di stare con i bambini, di capire le loro esigenze era unico, così come la sua capacità di riuscire a trovare il bello anche nelle cose più stupide e banali». Era stata lei a fare «da collante» tra i genitori durante la separazione. «A papà diceva sempre – ricorda il fratello Luca – che doveva essere felice perché mamma aveva trovato una persona che le voleva bene». Lo incoraggiava «e gli è stata molto vicina anche nel periodo in cui si è ammalato – aggiunge Giuseppina – si è occupata tanto di suo padre».

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Era una donna forte, Michela, e allo stesso tempo buona: «Questo forse l’ha fregata – dice Giuseppe, il compagno della mamma, un vero pilastro per la famiglia – Lei pensava di poter gestire questa situazione, e infatti non ha chiesto aiuto». Perché non sapeva vedere il male nelle persone Michela, tanto meno nel marito, e quindi non sentiva la necessità di proteggersi.

Appassionata di musica, di Giorgia in particolare, amava trascorrere le serate con gli amici cantando al karaoke, «di sport però manco a parlargliene – aggiunge con un sorriso Luca, al contrario della sorella molto attento a curare il proprio corpo con allenamenti in palestra – Lei no, era pigra».

Tre anni di liceo artistico, poi il lavoro nella cooperativa sociale «e ora stava frequentando il corso per diventare Oss – dice la mamma – proprio come me. Quando io sono andata a stare a Genova, lei, già sposata con Marcello, è andata ad abitare nell’appartamento di via Vittorio Veneto che era la casa dove vivevo con mio marito». E anche la stessa dove Michela è stata strangolata da Tilloca, ora rinchiuso in carcere.

È davvero esemplare la dignità di questa famiglia, incapace di far trasparire il minimo sentimento di odio nei confronti di un uomo che ha strappato alla vita la loro figlia e sorella: «Michela mi ha sempre raccontato tutto di lei – dice oggi con un pizzico di rammarico Luca Fiori – non capisco perché non mi abbia confidato i problemi che aveva con Marcello e che lui fosse un violento. Se lo avessi saputo prima forse avrei potuto fare qualcosa». In realtà nemmeno mamma Giusy aveva percepito il pericolo: «Soprattutto negli ultimi mesi sì, ci eravamo accorti di qualche tensione. Era a mio avviso troppo aggressivo con i figli, sempre pronto ad alzare le mani anche quando sarebbe stata sufficiente una semplice sgridata. Lei invece sapeva prenderli, anche rimproverarli o punirli, ma nel modo giusto». Ossia con amore.

È toccato a Giuseppe e a uno zio materno, due giorni fa, raccontare tutta la verità al più grande dei due fratellini, che tra poco compirà 13 anni. «La verità nuda e cruda. Lo abbiamo fatto perché così ci ha consigliato la psicologa – dice la nonna che tra pochi giorni rientrerà a Genova con i due nipoti – Verranno a vivere con noi e devono sapere che siamo stati sinceri con loro. Perché se lo avessero saputo da altri o lo avessero letto sui social ci avrebbero considerato dei traditori». In realtà il più grande aveva già capito quello che era successo tanto che aveva chiesto conferma allo zio Luca: «Mi ha portato fuori in terrazzo per chiedermi se era successo così, se davvero era stato il papà a fare del male alla mamma. Gli ho risposto di sì e lui mi ha detto: “Lo odio, non voglio vederlo mai più. La mamma non lo meritava».

E poi la domanda che strappa il cuore: «Ma quando la nonna non ci sarà più – ha chiesto il nipotino – noi allora con chi resteremo?». Sta tutto in questo triste interrogativo il terrore di due bimbi che da un giorno all’altro hanno perso il loro punto di riferimento. Perché questo rappresentava la loro mamma. «Il piccolo, che ha 8 anni, la chiamava ieri notte mentre era letto – raccontano con la voce spezzata dalle lacrime – La cercava, abbiamo provato a consolarlo». Ma ha fatto molto di più il bambino. «Siamo andati in pizzeria e nel tavolo c’era un posto libero. E lui a un certo punto ha detto: “Questo è il posto di mamma, ma perché è vuoto il bicchiere? Riempitelo, è della mamma”. Lo abbiamo fatto e lui continuava a chiedere: “ma perché la mamma non beve?”. Allora di nascosto, in un attimo in cui era distratto, Luca ha bevuto l’acqua e quando lui ha visto il bicchiere vuoto era felice. Lo ha interpretato come un segnale che ha voluto mandargli la sua mamma». Una mamma che quei bambini ha sempre voluto proteggerli, salvaguardando però il rapporto con il loro padre. Tempo fa non aveva voluto firmare una denuncia contro l’ex marito che più volte l’aveva minacciata di morte. E non aveva firmato «perché si preoccupava del fatto che non avrebbero più rivisto il papà».

Ecco chi era Michela. Una donna coraggiosa che metteva da parte le sue paure e persino se stessa per amore della famiglia.

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