La madre di Manuel: «Marcirete in carcere»

Dopo l’autopsia riesplode il dolore e l’ira contro i killer: «In cella per sempre» «Voglio sapere quanto hanno fatto soffrire mio figlio, devo sapere tutto»

GHILARZA. «Vivrò per vederli morti a uno a uno. In carcere o chissà dove, ma devono morire prima di me. Uno dopo l’altro senza nessuno che li pianga». Il dolore si mischia alla voglia di vendetta nel cuore di Fabiola Balardi, la madre di Manuel Careddu. Dall’11 settembre scorso vive costantemente dentro una storia che non ha ancora finito di regalarle crudeltà. Triste dono. Il figlio scomparso, il figlio ucciso che non si trova, il figlio seppellito in cimitero. Il figlio straziato come dicono le fredde righe contenute dentro la ventina di pagine della relazione del medico legale Roberto Testi.

L’esito dell’autopsia squarcia ancora una volta l’anima della madre del diciottenne di Macomer massacrato a colpi di piccozza e pala sulle sponde del lago Omodeo. «Non si può descrivere cosa ho dentro – dice Fabiola –. Odio? L’odio non sarà mai abbastanza verso persone del genere. Assassini? Sembra quasi un complimento, non è la parola giusta per descrivere cosa sono quei cinque ai quali auguro di non fare mai più un passo fuori dalla loro cella». La spirale di dolore sembra portare sempre più in basso, verso il fondo che non arriva mai perché ogni confessione, ogni atto d’inchiesta aggiunge particolari al delitto del lago e mette davanti agli occhi della madre e di tutti coloro che piangono Manuel scene davanti alle quali si fa fatica a trovar parole. Un deserto.

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«Voglio capire quanto ha sofferto Manu. Lo devo sapere», prosegue la mamma del ragazzo facendo riferimento alla consulenza del medico legale depositata nei giorni scorsi nelle due procure che indagano sul delitto del lago, quella di Oristano e quella dei minori di Cagliari. In quelle righe il dottor Roberto Testi, incrociando confessioni dei cinque ragazzi in carcere e aspetti prettamente scientifici ha ricostruito gli ultimi istanti della vita di Manuel Careddu: la trappola che scatta in piazza della stazione ad Abbasanta la sera dell’11 settembre, l’arrivo al lago Omodeo nella macchina del ghilarzese Christian Fodde, accusato dell’omicidio assieme a Riccardo Carta, Matteo Satta e ai minorenni C.N. e G.C, la ragazzina del gruppo.

La sequenza va avanti con Manuel che scende dall’auto e fa qualche passo prima che Christian Fodde lo colpisca alla testa imbracciando la piccozza che aveva nascosto dentro la felpa. Il ragazzo che stramazza a terra, riesce a dire ancora qualche parola e poi viene immobilizzato con dei lacci e finito. Straziato più volte con la pala quando ormai non reagisce più. «Devo capire – insiste Fabiola Balardi –, devo capire tutto perché io vivrò nel nome di Manuel e voglio sapere quanto a lungo ha sofferto. Secondi? Minuti? Devo sapere tutto». In realtà l’agonia, stando alla relazione, per fortuna non dovrebbe essere durata a lungo. Probabilmente già qualche attimo dopo il primo colpo, Manuel Careddu ha perso conoscenza, fatto che non rende meno cruda la scena di morte nel terreno di Soddì sulle sponde dell’Omodeo.

Lo strazio della madre, taciuto in questi giorni di attesa della perizia del medico legale, ritorna a galla in un istante: «Voglio giustizia, voglio l’ergastolo per tutti. Non devono uscire dal carcere perché persone così hanno due soli posti in cui stare: in cella o in una tomba. Non voglio pensare che succeda che possano uscire dal carcere, non è un’ipotesi che posso prendere in considerazione dopo quello che hanno fatto».

E poi un’imprecazione ripensando a quell’11 settembre in cui tutto finisce: «Maledetto il giorno». E poi: «Ancora oggi continuano a mentire. Lo chiariremo al processo se è vero o no che Manuel è andato a casa di G. sono certa che non è andato, me l'ha detto proprio la madre il giorno che ci siamo incontrate nello studio dell'avvocato Rubattu quando il corpo di Manuel ancora non era stato ritrovato». Le parole più dure sono proprio per la minorenne: «Sono tutti colpevoli, ma lei ..... lei ha chiamato al telefono di Manuel qualche giorno dopo facendo finta di cercarlo. Sapeva che era già morto, sapeva come e dove l’avevano ammazzato. Sapeva tutto e faceva finta di cercarlo. Arrivi la giustizia in fretta e sia ergastolo per tutti. Sono tutti uguali».
 

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