Per la Cassazione era legittima la visita del boss alla madre

SASSARI. La visita lampo all’anziana madre malata era un diritto che non si poteva negare, anche se a chiederla era uno dei più pericolosi boss della ’ndrangheta.La concessione del Tribunale di...

SASSARI. La visita lampo all’anziana madre malata era un diritto che non si poteva negare, anche se a chiederla era uno dei più pericolosi boss della ’ndrangheta.

La concessione del Tribunale di sorveglianza di Sassari di una visita di un’ora alla madre 92enne, fatta un anno fa a Domenico Gallico, 60 anni, capomafia calabrese che sta scontando sette ergastoli e altre condanne per decine di anni nel carcere sassarese di Bancali, sottoposto al regime del 41 bis, era legittima.

Lo ha stabilito la corte di Cassazione che con una sentenza firmata dal giudice Mariastefania Di Tommasi ha rigettato il ricorso del procuratore generale della Repubblica che si era opposto al permesso concesso il 12 febbraio scorso dal Tribunale di sorveglianza.

Era stato una telefonata avvenuta cinque giorni dopo la concessione del permesso a fa accendere un campanello d’allarme. Un colloquio tra il detenuto e il fratello Carmelo (sorvegliato speciale) ascoltato dal personale che – come da regolamento – ha l’incarico di monitorare eventuali “disposizioni” dei boss che partono dall’interno del carcere era stato trasmesso ai vertici dell’amministrazione penitenziaria. Gallico si era prima informato sulle condizioni di salute dell’anziana madre, Lucia Giuseppe Morgante (condannata anche lei all'ergastolo per omicidio) e poi era passato ad altro. Al fratello aveva annunciato che «a breve arriverà il permesso» e raccomandato «di non farsi trovare impreparati». Ma era entrato anche più nello specifico, Domenico Gallico, e chiesto «come si sta organizzando», insomma «di non aspettare all’ultimo momento». Da Carmelo erano arrivate risposte rassicuranti per il fratello. Accanto al Tribunale di sorveglianza si era schierata la penalista Maria Teresa Pintus che oltre a difendere Gallico è la referente dell’Osservatorio carceri della Camera penale cittadina. Il tribunale di sorveglianza sassarese, «uno dei più efficienti e più “umano” tra quelli esistenti nel territorio nazionale – aveva spiegato l’avvocato Pintus – ha disposto il permesso di visita dopo una lunga, accurata e meticolosa indagine». Durante la visita, aveva aggiunto il legale, il detenuto «sarà costantemente piantonato dagli agenti della scorta, che lo accompagneranno dall’interno
della casa circondariale di Sassari fino a dentro l’abitazione familiare senza perderlo nemmeno per un momento di vista». Cosa che poi è effettivamente avvenuta a fine giugno dello scorso anno, prima ancora che la Cassazione si pronunciasse in merito al ricorso della Procura Generale.

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