Polmonite scambiata per una tonsillite

Per la Procura, due dottoresse dell’ospedale di Ozieri sbagliarono diagnosi e mandarono a casa il piccolo paziente

SASSARI. Una polmonite scambiata per tonsillite acuta. E, di conseguenza, scarsi accertamenti sul piccolo paziente e la somministrazione di una cura inefficace. Per la Procura di Sassari, il bimbo di 17 mesi di Alà dei Sardi morto a febbraio dello scorso anno, avrebbe potuto salvarsi se i medici avessero riconosciuto – e quindi trattato adeguatamente – i sintomi (febbre molto alta e tosse) che presentava quando i suoi genitori lo portarono al pronto soccorso dell’ospedale Segni di Ozieri.

La chiusura delle indagini preliminari nei confronti di due dottoresse (una in servizio al pronto soccorso del “Segni” e l’altra in Pediatria) per la morte del piccolo Gian Piero Corrò lascia spazio a pochi dubbi: per il sostituto procuratore della Repubblica, Enrica Angioni, i due medici non approfondirono i sintomi presentati dal bambino e non raccolsero né valorizzarono in modo adeguato i dati anamnestici. Condotta che in tribunale, qualora poi si verifichi malauguratamente un decesso, diventa reato: ossia omicidio colposo dovuto a negligenza, imprudenza e imperizia. Ora gli avvocati difensori Paolo Spano e Giuseppe Bassu acquisiranno copia degli atti e valuteranno insieme ai propri consulenti come procedere. I familiari del piccolo, intanto, si sono affidati alla tutela degli avvocati Sergio Milia e Maria Claudia Pinna.

L’infezione polmonare aveva fermato il cuoricino di Gian Piero poche ore dopo essere stato visitato e poi rimandato a casa. Così avevano stabilito il medico legale Francesco Lubinu e l’anatomopatologo Antonio Cossu a cui la Procura aveva affidato l’incarico di eseguire l’autopsia. La perizia era stata integrata anche con la consulenza dell’infettivologa Maria Stella Mura e all’esito dell’esame era apparsa subito chiara la causa della morte: insufficienza respiratoria dovuta a un’infezione polmonare di cui i medici di Ozieri non si sarebbero resi conto o che avrebbero sottovalutato.

Al momento dell’ingresso in ospedale il bimbo aveva infatti una percentuale molto bassa di ossigeno nel sangue, la febbre alta da alcuni giorni e difficoltà respiratorie. Tutti sintomi che – secondo la pm Angioni – avrebbero dovuto convincere le dottoresse che visitarono il bimbo a ricoverarlo o a disporre un trasferimento d’urgenza nel reparto di Pediatria di Sassari. Gian Piero Corrò venne invece dimesso con una terapia antibiotica e antipiretica, ma poche ore dopo morì a casa nonostante il disperato tentativo dei medici del 118 di rianimarlo e far tornare a battere il suo piccolo cuore.

La Procura di Sassari è in sintesi convinta del fatto che quel fatidico 28 febbraio del 2018 non sia stato fatto tutto il possibile per salvare la vita del bambino che secondo gli inquirenti avrebbe dovuto esser trattenuto in osservazione. Perché forse in quel caso i medici avrebbero potuto meglio valutare l’evoluzione del quadro clinico e intervenire prontamente con i soccorsi.

Fin da subito le due dottoresse erano state iscritte nel registro degli indagati, poi le conferme sull’errata diagnosi arrivate dall’esame autoptico al quale avevano preso parte anche Salvatore Lorenzoni e Francesco Serra, i medici legali nominati come consulenti di parte dai difensori. Anche la direzione sanitaria dell’Ats all’indomani della
tragedia aveva disposto un’indagine interna per ricostruire quanto accaduto.

La chiusura delle indagini con il 415 bis (che è stato notificato qualche giorno fa alle interessate) anticipa una praticamente certa richiesta di rinvio a giudizio.

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