Delitto Ara, le trascrizioni rallentano il processo

In corte d’assise l’omicidio dell’operaio di 37 anni avvenuto a Ittireddu nel 2016  Il perito incaricato di tradurre le conversazioni: parole che in sardo non esistono 

ITTIREDDU. «Un’infinità di parole che nella lingua sarda non esistono». Il processo sull’omicidio di Alessio Ara si arena sulle intercettazioni – telefoniche e ambientali – trascritte dal perito Mauri. Il secondo perito, Pinna, incaricato della traduzione delle frasi in sardo, ieri mattina ha spiegato alla corte d’assise che in buona parte delle trascrizioni riesaminate ci sarebbero frasi «che significano proprio un’altra cosa». Circostanza che ha spinto il presidente Massimo Zaniboni a fissare un rinvio perché vengano indicate le conversazioni “incomprensibili”, si proceda al riascolto e le si traduca nel modo giusto.

Alessio Ara, operaio di 37 anni, era stato ucciso il 15 dicembre di tre anni fa con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre, a Ittireddu. Dell’omicidio è accusato Vincenzo Unali, allevatore originario di Mores: a casa sua la vittima aveva eseguito dei lavori in un appartamento al piano terra dove sarebbe dovuta andare ad abitare una figlia dell’imputato, insieme al suo compagno Costantino Saba. E proprio nell’ambito familiare gli inquirenti avrebbero inquadrato il movente del delitto. E cioè nella presunta relazione che la figlia dell’allevatore avrebbe avuto con la vittima. Relazione mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento uccidendo Ara.

Una delle prove chiave dell’inchiesta è il Dna. Tracce biologiche furono rinvenute su un indumento che fu trovato vicino al luogo dell’omicidio e che, secondo il pm Giovanni Porcheddu, fu perso dal killer durante la fuga. Si tratta del pantalone di una tuta che sarebbe stato usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, fu utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Unali.

La tesi della difesa (l’imputato è assistito dall’avvocato Pietro Diaz) è molto lontana da questa ricostruzione e la citazione di uno degli amici di Ara come testimone in una delle ultime udienze aveva forse l’obiettivo di dimostrare che la vittima si fosse ritirata a vita privata perché probabilmente temeva qualcosa, o qualcuno. Ma si parlerebbe di timori legati a vecchie storie e, soprattutto, a vecchie amicizie, come quella di Giampietro Argiolas. Compari e uniti dal medesimo destino: uccisi per mano di un killer. Argiolas, infatti, allevatore
di 42 anni, era stato ammazzato il 18 novembre del 2015 a Noragugume con tre fucilate. Ma se in un primo momento gli investigatori avevano seguito questa pista, in seguito l’avevano abbandonata perché non avevano avuto riscontri.

Il processo è stato aggiornato al 4 marzo.

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