Il voto secondo Paolo Fresu: «Noi sardi incoerenti e smemorati»

ll celebre musicista riflette con l’amaro in bocca sul voto nell’isola: «Ci siamo sempre svenduti a tutti»

SASSARI. Il voto in Sardegna come spunto di riflessione sul nuovo percorso della società di oggi. «Laddove la nuova politica prova a radiare dal nostro vocabolario due parole: coerenza e memoria». Dopo essere stato uno dei promotori dell’appello a favore di Zedda sottoscritto da moltissimi intellettuali e artisti isolani, il trombettista di Berchidda Paolo Fresu, affermata star internazionale del jazz, interviene anche nel dibattito post elettorale con un lungo post pubblicato nella sua pagina Facebook. Si tratta di un garbato ma netto ragionamento, che comincia con una premessa: «Non ho nulla contro Christian Solinas, che non conosco. L’augurio è solo uno: che possa governare bene. È del resto l’augurio che ho fatto a Massimo Zedda e che farei a chiunque diventasse governatore di qualsiasi cosa che sia l’amministrazione pubblica, una nave o una cucina. Ho però la bocca amara».

La bocca amara, dunque. E Fresu spiega subito il perché: «Per un’isola che si rende al pensiero salviniano che è contro Mahmood (madre di Orosei e padre egiziano), contro l’immigrazione (la Sardegna è ponte tra Africa e Europa), contro la diversità geografica (noi siamo isolani), contro quella antropologica (abbiamo il bronzetto itifallico che rappresenta lo strumento polifonico più antico del Mediterraneo: le launeddas) e invece a favore dell’omofobia».

Poi il musicista continua: «La coerenza sembrerebbe esserci visto che, storicamente, ci siamo sempre venduti a tutti e abbiamo venduto le nostre terre e le nostre spiagge. Questa però diventa incongruità se, rendendoci a Salvini e al suo pensiero, continuiamo a mostrarci come gente ospitale e aperta e se nella nostra bandiera capeggiano i quattro Mori venuti dall’Africa in un tempo remoto».

Sin qui la parte che riguarda la coerenza. Poi Fresu passa alla memoria: «Quella del non ricordare chi siamo e dello scordare troppo in fretta ciò che è stato detto su di noi quando la Sardegna era il luogo nemico e (allora) disinteressato in quanto lontano dalla Padania. La memoria mi porta ai primi anni Ottanta quando lessi in un bar della Costa Smeralda il cartello “vietato l’ingresso ai sardi”. Non lo dimentico e tutt’oggi quella frase è stampata nella mia libreria fotografica interiore. Di certo era il gesto e il pensiero di chi non voleva bene alla mia isola, ma quelle parole mi riportano a modalità e toni che oggi sono di moda e che reputo pericolosi».

E ancora: «Abbiamo dimenticato troppo in fretta gli errori e gli orrori del passato. Ciò è avvenuto per un bisogno
di ricostruzione che deve avvenire attraverso le coscienze ancorché prima che la politica. Anche quella di un voto che porta oggi la Sardegna in un luogo oscuro nel quale fatico a riconoscermi. Auguri a Solinas e auguri ai tanti sardi che sembrano incoerentemente dimenticare».



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