Le buste paga-colabrodo del Policlinico Sassarese

I dipendenti: «Non solo non versavano le quote tfr, trattenevano a nostra insaputa anche le rate di assicurazioni e mutui»

SASSARI. Dicono: «È sicuro che un foglietto basti? Ne prenda un bel po’, che al Policlinico in questi anni ne sono successe di cotte e di crude».

Una quindicina di dipendenti, e dei medici convenzionati, raccontano la loro storia. «Cominciamo dai tfr? Nessuno di noi aveva idea che le quote venissero trattenute in busta paga e non versate. Mica ci è stato comunicato, mica abbiamo dato autorizzazione». La scoperta è avvenuta da qualche mese, dopo i blitz della guardia di finanza e gli articoli sulla Nuova, oppure dopo essere andati al caf per i conteggi: «A me non li pagano dal 2013. A me dal 2014... ». Per altri invece il buco è dal 2015 in avanti, ma riguarda tutti i dipendenti. Il fondo di garanzia dell’Inps dovrebbe coprire tutto, ma il problema saranno i tempi per recuperare la liquidazione.

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«Il tfr era solo una delle voci che sparivano. A moltissimi è capitato che la propria assicurazione abbia chiamato al telefono battendo cassa. Ogni trattenuta sullo stipendio che riguardava polizze sulla vita, o mutuo, restava al Policlinico. Tutti siamo stati costretti a levare ogni addebitamento in busta paga».

Ai dipendenti in fondo è andata anche bene, perché gli stipendi li hanno comunque sempre ricevuti. Chi piange lacrime e sangue sono invece i professionisti a convenzione. La diaspora degli ortopedici si deve esattamente all’insolvenza: «C’è un ortopedico che vanta un credito di circa 500mila euro. Un altro 400mila. Ma anche in Ostetricia non se la passano meglio. Almeno venti liberi professionisti a convenzione hanno accumulato un arretrato di una ventina di stipendi. Soldi che dopo il fallimento forse non recupererà mai per intero». Poi c’è l’esercito dei fornitori a credito, che davvero non vedranno un centesimo delle spettanze. Il fallimento scoperchia brutte sorprese. «Dal report del curatore fallimentare abbiamo saputo che per anni il Policlinico non era coperto da assicurazione. In pratica all’oscuro noi medici e ignari anche i pazienti, si operava nelle sale non a norma senza essere coperti da alcuna polizza. E grazie al cielo che non è mai avvenuto alcun incidente». Si tagliava su tutti i costi: «Il primo era il gasolio. Questo significava non aver l’acqua calda, con le mamme ricoverate in ostetricia costrette a lavarsi a pezzi, come i gatti, con l’acqua fredda».

E poi niente manutenzione: «Avevamo tre ascensori, ma ne funzionava uno solo. Abbiamo visto gestanti al nono mese farsi tre piani di scale a piedi. L’unico ascensore faceva gli straordinari, caricando di tutto, dai malati, al pubblico, agli attrezzi per le pulizie». Anche l’impianto di aerazione non è mai revisionato e non era a norma. «Sarà un caso, ma otto dipendenti si sono ammalati di broncopolmonite. Ci è passato lo stesso direttore di Ginecologia. C’è pure una denuncia presentata allo Spresal. E poi si stupivano che la Regione insistesse così tanto con le prescrizioni, e i dirigenti intimassero la messa a norma degli impianti, pena la revoca dell’accreditamento». E la parola d’ordine, al Policlinico, era questa: tutto si risolve. «Era il mantra di Piero Bua. Tranquilli, va tutto bene. Pagheremo il mese prossimo». E così i dipendenti e i medici hanno continuato a tirare la carretta: «Quest’aurea da salvatore della patria e da filantropo della sanità che si è abbozzata in questi mesi, a noi non piace affatto. Perché se il Policlinico è sopravvissuto così tanti anni è solo perché noi dipendenti siamo stati una grande famiglia. I benefattori siamo noi, ingoiando rospi, lavorando in condizioni spesso indecenti e facendo sacrifici. E ora la nostra speranza è che chi acquisti l’azienda lo faccia con il pacchetto completo, ricostituendo quella squadra vincente che è stato il valore aggiunto del Policlinico».
 

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