«Ragazzi, state attenti: il bullismo può uccidere»

Parla il padre di Carolina, la prima vittima a 14 anni dei cyberbulli

SASSARI. La seconda vita, dopo il buio di quella notte, scorre veloce tra treni e aerei. Conferenze, incontri a scuola, colloqui con bulli e bullizzati, faccia a faccia con genitori distratti o impauriti. In quelle poche righe scritte sul foglio bianco, Carolina ha indicato al papà Paolo la sua missione: fare in modo che non ci siano più altre Caroline, altre vite distrutte quando stanno appena sbocciando.

«Io quel testimone l’ho raccolto. Ed è pesantissimo. Ma quando un ragazzo viene da me e mi dice “ero un bullo, ho capito che era da imbecilli e ho smesso”, allora questa fatica enorme acquista un senso. E tutto è più semplice». Con il bel viso di Carolina fisso davanti agli occhi a indicare la strada, Paolo Picchio sale sul prossimo treno. Sua figlia si è tolta la vita cinque anni fa – era la notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013 – gettandosi dalla finestra della sua stanza, nella casa che divideva con il padre a Novara. Aveva 14 anni. Carolina è la prima vittima ufficiale di cyberbullismo. A schiacciarne l’esistenza è stato un video girato da alcuni amici durante una festa in cui lei aveva bevuto un po’ troppo. E a quel video in un attimo virale in cui la sua intimità è stata violata, si sono sommati gli insulti, le offese vomitate sui social da parte di sconosciuti. Lei, ragazzina forte, bella, sportiva e con le idee già chiare «voleva fare la psicologa», non ce l’ha fatta. Nel messaggio ai bulli ha scritto “le parole fanno più male delle botte” e si è lanciata, nel buio, al freddo. Ha detto addio a un mondo che non le piaceva più. Il padre Paolo da quella notte ha incontrato trentamila ragazzi di 250 scuole. Lunedì 18 Paolo Picchio sarà a Sassari all’incontro organizzato al palazzetto dello Sport dalla rete Dafne.



Dottor Picchio, che cosa dirà agli studenti che verranno a sentirla?
«Dirò che di bullismo si può morire, come è successo alla mia Carolina. Spiegherò il senso della missione, che è quello dell’associazione intitolata a mia figlia: un uso corretto e consapevole dei social, un mondo virtuale in cui i nostri ragazzi non possono essere lasciati soli».

Lei parla ai ragazzi ma si rivolge anche alle famiglie.
«Certo, perché i genitori devono essere educati come e più dei figli. Troppi continuano a ignorare le insidie della rete, a non capire che bambini e adolescenti non possono essere lasciati soli. Servono regole, paletti. Sa che cosa mi ha raccontato una insegnante della scuola elementare?»

Dica.
«Alla prima lezione dedicata all’educazione sessuale un bambino ha alzato la mano e ha detto: sappiamo già tutto, l’abbiamo imparato su youporn.... Ecco, che tipo di insegnamenti possono trarre da quei siti? E come è possibile che bambini di 10 anni vadano su internet da soli? Questo io domando ai genitori».

Che cosa le rispondono?
«Molti cadono dalle nuvole, dicono di non avere idea dei pericoli. Altri sono distratti, non hanno tempo, non controllano cosa fanno i figli con lo smartphone. Pensi che tanti ignorano persino l’esistenza delle chat anonime»

Di che cosa si tratta?
«Sono social nei quali i ragazzini condividono foto e video, si insultano e prendono di mira qualcuno protetti dall’anonimato».

Un terreno fertile per aspiranti bulli.
«Per loro e per le incolpevoli vittime che quasi sempre si chiudono in se stesse. Chi è vittima di bullismo si vergogna, tende quasi a colpevolizzarsi, non confida il suo disagio ai genitori, spesso neppure a un amico».

Esiste una ricetta per arginare il fenomeno?
«Per prima cosa è necessario capire che smartphone e connessione a Internet sono potenziali armi. Pericolosissime per se stessi e per gli altri. Dunque non dovrebbero essere concesse prima di una certa età e prima di un percorso di formazione che indichi cosa è giusto e cosa è sbagliato. Poi, i social sono vietati agli under 13 ma solo in teoria perché trovano il modo di accedervi. I genitori devono ricordare che la responsabilità di ciò che fanno i figli è loro e possono essere chiamati a risponderne. Dunque è fondamentale conoscere le password dei ragazzi e renderli consapevoli del fatto che ci saranno loro a vigilare».

Basta così?
«No, servono anche più affetto e attenzione. Più abbracci e meno like da parte dei genitori. E occhi e orecchie tese da parte degli insegnanti per percepire il disagio, aiutare il ragazzo che si isola: io dico sempre che è preferibile conoscere meno Divina Commedia e avere più autostima».

Sua figlia Carolina è la prima vittima ufficiale di cyberbullismo e nel 2017 è stata approvata la legge in Parlamento. Che benefici ha apportato?
«Il primo, fondamentale, è l’affermazione dell’esistenza del fenomeno. Dunque l’importanza di agire sulla prevenzione lavorando innanzitutto con le scuole. Grazie alle legge in ogni istituto c’è un referente per bullismo e cyberbullismo, una figura di riferimento che vigila e segnala. I ragazzi grazie alla legge sanno che le loro azioni possono avere conseguenze anche gravi e che possono fermarsi in tempo per evitarlo. E poi la legge prevede un percorso di recupero per chi sbaglia e acquista consapevolezza dell’errore».

I ragazzi che hanno diffuso il video di Carolina hanno seguito questo percorso?
«Immagino di sì. Ma io non ho avuto alcun contatto con loro e con le loro famiglie».

Che cosa prova per loro?
«Hanno fatto qualcosa di gravissimo ed erano privi degli strumenti per capirlo. Questa storia è stata devastante moralmente anche per loro, sono stati abbandonati, additati come carnefici. Se allora ci fosse stata l’informazione di oggi, forse mia figlia avrebbe avuto la forza di reagire. Forse sarebbe ancora viva, come i suoi sogni».

Che cosa sognava Carolina?
«Voleva diventare una psicologa, già a quell’età sapeva ascoltare gli altri. E poi amava lo sport, giocava a tennis, sciava e adorava l’atletica. Sei mesi prima di quella notte aveva vinto i campionati regionali di salto in alto. Mi diceva: papà io andrò alle Olimpiadi. Era la mia campionessa».

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