Caccia ai torturatori del cagnetto Fuego: c’è anche una taglia

I vigili urbani stanno sentendo i residenti di Monte Bianchinu Animaliste disposte a pagare per informazioni sui colpevoli 

SASSARI. Sono cinque arzille pensionate, amano gli animali, e il loro sogno sarebbe quello di aver davanti ai loro occhi il torturatore di Fuego, il cagnetto seviziato con le fiamme nell’agro di Monte Bianchinu: «Non devono arrestarlo i vigili urbani, dovrebbero portarlo a noi vecchiette», scherzano. Ma siccome si tratta di un desiderio proibito e irrealizzabile, le battagliere nonnine hanno deciso comunque di fare sul serio: «Mettiamo una taglia su quel sadico. Noi purtroppo possiamo arrivare a mille euro, ma se qualcuno volesse unirsi e rimpolpare la somma, è il benvenuto. Chiunque sia in grado di fornire delle informazioni utili per individuare i responsabili dei maltrattamenti, si faccia avanti. I soldi saranno suoi. Quelle foto e la crudeltà del gesto ci hanno sconvolto, non abbiamo dormito per una notte. Credo che sia giusto far di tutto per trovare il colpevole».

Purtroppo le indagini sono complicate. Il cane è stato ritrovato nella strada vicinale Rio Barca, una zona piuttosto isolata, con pochi residenti, frequentata perlopiù dagli appassionati delle camminate, della corsa o della mountain bike. Perciò non sarà così semplice acquisire delle testimonianze. Nell’agro non ci sono nemmeno telecamere di videosorveglianza. «Abbiamo cominciato a sentire le persone che abitano nei paraggi – spiega il comandante dei vigili urbani Gianni Serra – ci interessa ricostruire la storia di quel cane. Non è dotato di microchip ma aveva sicuramente un padrone, perché estremamente fiducioso nei confronti degli umani. Ogni indicazione che ci verrà fornita, anche solo a livello confidenziale, sul proprietario e soprattutto sull’episodio del maltrattamento, per noi sarà preziosissima». È singolare, ad esempio, che il padrone del cagnetto ancora non si sia presentato al Comando della polizia municipale o alla clinica veterinaria di via Vienna. La sua latitanza è piuttosto sospetta. «Chiunque conosca o abbia già visto quel cane anche solo una volta – dice Gianni Serra – è pregato di contattarci». Le pene che la legge prevede per i maltrattamenti di animali sono severe, e vengono regolamentate dall’articolo 544 ter, introdotto nel 2004. Che recita testualmente: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità (2), cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro». Il povero Fuego se l’è vista davvero brutta e ancora non è totalmente fuori pericolo. È stato legato con un filo di nylon a strozzo nel collo, e poi torturato col fuoco. Non cosparso con benzina o liquido infiammabile, ma ustionato pezzo a pezzo, forse con un tizzone acceso. Le lesioni, infatti, a detta dei veterinari, non sembrano compatibili con un rogo (peraltro non segnalato in quella zona) nel quale la bestiola possa essere finita in maniera
accidentale. Dietro quelle bruciature a macchia di leopardo, sul muso, negli occhi, nella schiena, nelle zampe, c’è quasi sicuramente la mano dell’uomo. E la sua assurda crudeltà verso un cagnetto inerme e rassegnato, che ancora ha la voglia di scodinzolare di fronte a una carezza.

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