Padre Manzella verso la beatificazione

Papa Francesco ha accolto la richiesta del cardinale Angelo Becciu e ha dato il via libera alla ripresa della causa

SASSARI. Il Papa ha dato il via libera alla ripresa della causa di beatificazione di padre Giovanni Battista Manzella, il “missionario della carità” che per 37 anni ha percorso a piedi e a cavallo la Sardegna, protagonista della vita religiosa di Sassari e del Nord Sardegna. Papa Francesco, su richiesta del pattadese Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione per i Santi, ha ordinato il via libera all’operazione di rilancio del processo conoscitivo del servo di Dio fermo da 55 anni negli archivi vaticani.

Padre Giuseppe Guerra, postulatore delle cause di santità per religiosi e religiose vincenziani, è stato il primo ad essere informato del provvedimento pontificio. «Con questo suo atto il Papa rimette in moto il processo di beatificazione, fa ripartire le indagini sulla vita e la testimonianza di questo servo di Dio – dice il sacerdote – per arrivare nei tempi che la Chiesa vorrà a una beatificazione attesa e auspicata in diverse parti dell’isola».

Il postulatore ha immediatamente trasmesso la notizia al visitatore, il numero uno per l’Italia della congregazione dei missionari, padre Erminio Antonello, coautore con Roberto Lovra della “Carità in azione, epistolario di padre Giovanni Battista Manzella”: «È un momento importante per la nostra famiglia religiosa, cui apparteneva Manzella dal 1887, ma anche per la Sardegna che l’ha visto all’opera per molti anni, per le suore dei Getsemani, da lui fondate nel 1927».

Si riapre, dunque, il processo iniziato – anche a seguito di una petizione ufficiale fatta nel giugno del 1941 dall’episcopato sardo al Papa – esattamente 70 anni fa, il 25 aprile 1949 a Sassari, chiuso il 3 novembre 1964 e da allora fermo a Roma, negli archivi delle congregazioni romane. «Non si ripartirà da zero – dice padre Guerra – ma dentro il fascicolo esistente bisognerà rientrare per aggiungere altri documenti trovati in tempi più recenti e per dimostrare la fama di santità (una delle nuove condizioni poste da Papa Francesco per aprire le cause di beatificazione) di Padre Manzella rimasta intatta nonostante oltre mezzo secolo di silenzio».

In Sardegna i missionari vincenziani hanno sempre creduto nella riapertura della causa. Sembra anche che abbiano individuato alcuni presunti miracoli dovuti all’intercessione del servo di Dio, condizione indispensabile per la beatificazione.

Bartolomeo Giovanni Battista Manzella nasce a Soncino (Cremona) il 21 gennaio 1855, scopre la vocazione a 30 anni, dopo aver lavorato in un negozio di ferramenta. Sacerdote a 38. Arriva a Sassari nella Casa della Missione nel novembre del 1900, immergendosi totalmente nel mondo sardo. «Se alla nostra cara Sardegna Dio ha tolto tanti vantaggi della moderna società, ha però dato – scrive Manzella nel 1918 – tanto buon cuore e tanto buon volere». Nelle sue oltre 350 missioni predicate in ogni angolo della Sardegna si porta nelle frontiere sociale e religiosa di un’isola in cui povertà, analfabetismo, solida fede, spesso contaminata da superstizione, concubinato, ingiustizie complicavano l’assimilazione del messaggio evangelico. Come l’usanza “de su curruttu”, che obbliga soprattutto le donne colpite dal lutto a rimanere chiuse in casa anche un anno e più per la morte di un parente stretto. Il missionario “trombettiere” – nei paesi Manzella girava con una trombetta per chiamare i bambini al catechismo – era un uomo d’azione: giornalista, forte polemista con i liberi pensatori massoni, organizzatore e fondatore di istituti e associazioni. Nel 1923, al nuovo vescovo di Tempio, Albino Morera, origini piemontesi, scrive: «Le dirò ancora, monsignore, che missionari,
suore, impiegati vengono di solito malvolentieri in Sardegna, ma, quando ci sono, vanno pur via malvolentieri. È un fatto costante».

Manzella fa di più: rimane a Sassari anche dopo la morte avvenuta il 23 ottobre 1937. È sepolto nell’Istituto delle suore dei Getsemani.



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