La sua dottoressa: «Siamo tutti Antonio Io coinvolta? Certo, è un mio paziente»

Lo rivedo dopo sei giorni: dallo sterno escono i tubi che consentono al suo nuovo cuore di battere, i cerotti tengono chiusi gli occhi, ma il suo colorito è bello, certamente più di quello che lo ha...

Lo rivedo dopo sei giorni: dallo sterno escono i tubi che consentono al suo nuovo cuore di battere, i cerotti tengono chiusi gli occhi, ma il suo colorito è bello, certamente più di quello che lo ha accompagnato nell'ultimo anno. Rispondo al titolato e stimato professionista della commissione invalidi che mi ha privatamente accusata di essere troppo coinvolta. Si, lo sono. E non ho mai letto in nessun libro di medicina che non ci si può affezionare ai pazienti e quando ho giurato, forse in quanto così giovane da non essere intaccata dall'aridità del lavoro “a catena di montaggio”, ci credevo.

Antonio è solo uno dei tanti “bambini speciali” che ho avuto l’onore di conoscere e aiutare in questi anni, perché nella mia professione la parola “cura” è decisamente un utopia. Ma quel soldo di cacio mi entrò nel cuore dodici anni fa, quando era così piccolo che lo zaino di scuola gli arrivava alle caviglie. Ha sempre avuto una immensa voglia di vivere, un terremoto inversamente proporzionale alla sua statura: non cresceva Antonio, nato di soli seicento grammi alla 28a settimana, ed era iperattivo al punto tale da saper far perdere le staffe ad un santo. Si è sempre fidato di me, raccontandomi negli anni tutti gli eventi della sua vita, magari saltando di palo in frasca e talvolta facendomi arrabbiare tantissimo, soprattutto da adolescente quando anche lui voleva trasgredire, ma non poteva.

Negli ultimi giorni supplicava un sorso di coca cola e beveva di nascosto dai rubinetti del bagno, essendo costretto a una pesante restrizione idrica, con terapia endovenosa costante di sodio e lasix. E gli mancava il fiato, riuscendo a mala pena a compiere pochi passi.

Mi mancano le telefonate di quel soldo di cacio; ultimamente esordiva sempre con “Verò, ho sbagliato”, ammettendo di aver bevuto di nascosto e cercando di scamparsi la ramanzina con un mea culpa.

Dice bene il neo eletto Assessore alla Sanità sarda e dice bene il collega già citato: si è operato burocraticamente secondo procedure.

É opportuno però raccontarle queste procedure, che hanno fatto sì che si passasse dalla lotta ai falsi invalidi alla istituzione di Tribunali dell’Inquisizione dove i veri malati sono costretti a perorare la propria causa, percependo troppo spesso la sensazione di pesante umiliazione e sconforto. Qualcuno spieghi agli oncologici terminali, agli amputati, ai Trisomici, il senso di queste visite. Qualcuno spieghi ai genitori di Antonio perché devono essere loro a dimostrare che il figlio è in coma a Cagliari e attivarsi affinché all’interno di una Azienda unica devono essere loro ad accompagnare la pratica da un ufficio all’altro.

Ancora, dice bene il collega quando afferma che essendo ricoverato Antonio non prenderà alcun sussidio economico, ma sbaglia quando afferma che il riconoscimento di indennità di accompagnamento è una “magra consolazione” per questi genitori: quel diritto è la speranza di un dopo, di una riabilitazione, di un futuro. É la certezza che lo Stato c’è e non li lascia soli.

Antonio è un caso di buona sanità, è doveroso dirlo: c'è la fila di medici, infermieri, ausiliari al suo capezzale e nessuno manca di un abbraccio ai genitori. Il suo cardiologo di fiducia, il dottor Gavino Casu, è sempre stato al suo fianco anche quando con sfacciataggine e impulsività gli si sedeva in braccio, dandogli del tu e chiamandolo “Dottor Ca’”.

Io non lo so se Antonio sopravvivrà a tutto questo: ma sono certa che la sua storia è quella di tanti altri malati, dimenticati fino al giorno delle elezioni, quando vengono contesi, esibiti e ricoperti di promesse.

Non si può anteporre la burocrazia alle persone e se questa è la legge dello Stato,
forse è arrivato il momento di rivederla e siamo proprio noi medici ad avere il dovere di portare le istanze dei nostri pazienti, smettendo i panni dei dirigenti e riappropriandoci del ruolo di assistenza e cura a cui siamo chiamati.

*Neuropsichiatra Infantile



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