«Neppure un giorno in carcere per l’assassino di nostro fratello»

Andrea Zuddas era in sella al suo scooter era quasi arrivato a destinazione quando “il diavolo”, come lo chiamano le sue sorelle, gli è comparso davanti. Aveva assunto le sembianze di una Fiat Punto che sull’asse mediano viaggiava contromano e a fari spenti

SASSARI. La madre e il padre, scomparso pochi mesi prima, gli facevano sempre questa domanda: «Andrea, ma perché esci di casa ogni giorno all’alba? Ci sono i tuoi dipendenti, puoi arrivare un po’ più tardi». Ma Andrea Zuddas, 53 anni, era fatto così: al distributore carburanti in via dei Carroz arrivava per primo, era la sua creatura e lui doveva controllare che tutto fosse a posto. Così aveva fatto anche quella mattina, alle 6 del 25 marzo di due anni fa. Andrea in sella al suo scooter era quasi arrivato a destinazione quando “il diavolo”, come lo chiamano le sue sorelle, gli è comparso davanti. Aveva assunto le sembianze di una Fiat Punto che sull’asse mediano viaggiava contromano e a fari spenti. Andava avanti così da cinque chilometri, diranno gli accertamenti.

Andrea Zuddas non ha avuto scampo: travolto e ucciso. Poco dopo il telefono ha squillato nella casa dove l’uomo viveva con la moglie e la sua bambina, poi la notizia lacerante è stata data alle sue sorelle e alla mamma. Da quel momento è iniziato l’inferno. Sono Luisa e Stefania, le sorelle di Andrea, a raccontarlo. Partendo dal fatto più recente: «Un mese fa se ne è andata nostra madre. Se l’è portata via il dolore per la morte di Andrea e la sofferenza nel non avere ottenuto giustizia. Da quella mattina di marzo nostra madre ha smesso di vivere, perché perdere un figlio in quel modo è inaccettabile. E sapere che il responsabile di quella morte non paga le sue colpe ti lascia addosso un senso di impotenza terribile».

Luisa, 47 anni, e Stefania, 51, descrivono il calvario vissuto dalla loro famiglia. «Quella mattina Andrea è stato travolto da un’auto guidata da un ragazzo di 27 anni che aveva bevuto. L’alcoltest – dice Stefania – ha dato esito positivo: 1,02. Ed è stato fatto due ore dopo rispetto all’incidente perché l’auto della polizia non aveva l’etilometro in dotazione. Se l’esame fosse stato eseguito subito sono certa che il valore sarebbe stato superiore». Il ragazzo è stato denunciato e processato per omicidio stradale: «Il pm ha chiesto sette anni, lui ha chiesto e ottenuto di patteggiare e la condanna è stata ridotta a 4 anni e otto mesi».

Aggiunge Luisa: «Ma in carcere quella persona non ha trascorso neppure un giorno perché il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. A casa sua, nel suo ambiente, con la sua famiglia. Sarebbe questa la giustizia? Ma non è finita qui perché il suo avvocato ha presentato ricorso in Cassazione e lui è stato affidato ai servizi sociali. Ha ucciso mio fratello, ha privato una bambina del padre, una moglie del marito, ha rovinato le nostre vite e la sua condanna è tutta qui. Cosa proviamo? Una sensazione di sconfitta, perché da vittime siamo diventati spettatori di decisioni prese da altri senza avere voce in capitolo nonostante fossimo parte lesa».

Aggiunge Stefania: «Ci aspettavamo molto di più dallo Stato. E pensavamo che con la nuova legge sull’omicidio stradale sarebbe cambiato qualcosa, invece la giustizia pensa a recuperare chi ha sbagliato e non a rendere giustizia a chi è morto e alla sua famiglia che va a pezzi». E poi: «Mio fratello era una persona perbene che nella vita ha sempre pensato a lavorare. Sapeva divertirsi, ma era responsabile, aveva la testa attaccata al collo». Non come molti giovani di oggi: «A loro – dicono Luisa

e Stefania – lo Stato dovrebbe insegnare il rispetto delle regole e dovrebbe punirli quando sbagliano, quando rovinano la vita degli altri. Nel caso di Andrea questo non è accaduto. E da quella mattina di marzo per noi è iniziato l’inferno». (si. sa.)


 

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