Peculato a Buddusò, tutto prescritto per ex sindaco e giunta

Il reato era legato all’uso improprio dei telefoni cellulari di servizio. Nel 2009 le prime indagini sulla gestione della municipalizzata “Biesse Spa”

BUDDUSÒ. Già a febbraio del 2016 il collegio di giudici era cambiato e la maggior parte dei reati si era prescritta e l’estate successiva c’era stata una sentenza predibattimentale (ex articolo 129 del codice di procedura penale che prevede l’obbligo del giudice di assolvere prima della conclusione del processo) con l’insediamento di un nuovo collegio e la richiesta di nuove prove per l’unico reato rimasto in piedi: il peculato. Reato legato, nella fattispecie, all’uso “improprio” dei telefoni cellulari dati in dotazione ai componenti dell’allora giunta. Ieri mattina si è chiuso definitivamente anche questo capitolo del lunghissimo processo a carico dell’ex sindaco di Buddusò Giovanni Satta (55 anni, oggi consigliere regionale del Psd’Az) e della giunta che lo affiancò negli anni di amministrazione tra il 2005 e il 2007. Tra i reati contestati c’erano l’abuso d’ufficio nell’ambito della gestione dell’appalto per la raccolta dei rifiuti, il falso ideologico per l’incarico revocato al segretario comunale Giovanna Maria Murgia e il peculato per aver utilizzato cellulari del Comune per telefonate private. I primi due reati si erano già prescritti e quindi restava in piedi solo il peculato a carico di Giovanni Satta, del suo allora vice Quirico Beccu e dell’assessore Antonio Manca.

Ieri il collegio presieduto dal giudice Salvatore Marinaro (a latere Valentina Nuvoli e Giuseppe Grotteria) ha dichiarato prescritto anche questo reato. Così come il falso a carico di Piero Giuseppe Piccoi, all’epoca responsabile dell’area tecnica produttiva.

La vicenda che aveva portato gli ex amministratori sul banco degli imputati ruotava intorno alla gestione della municipalizzata “Biesse Spa”. Erano in tutto 20 le contestazioni della Procura all’ex sindaco di Buddusò difeso da Sergio Milia e Maria Claudia Pinna e agli altri 19 imputati tra allora assessori e consiglieri comunali (assistiti dagli avvocati Gian Mario Sechi, Francesco Lima, Sara Migliore). Per sei capi d’accusa la giustizia era arrivata tardi: erano finiti in prescrizione prima ancora di approdare in tribunale.
Era caduta anche l’ipotesi di associazione a delinquere, ossia il sospetto che gli imputati avessero costituito una rete pronta ad abusare della cosa pubblica attraverso la gestione personalistica dell’azienda posseduta dal Comune. Erano rimasti singoli episodi, tutti prescritti.

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