La tragedia nel teatro di Alghero: «Verità e giustizia per la mia Raimonda»

Il marito scrive alla Nuova: «La caduta, l’agonia, la straziante verità a nostra figlia, il dolore che diventa rabbia. Vogliamo tutti i responsabili»

ALGHERO.

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Non
cerca vendetta, ma solo la verità, perché questo avrebbe voluto Raimonda. È carica di dolore – un dolore straziante e inconsolabile – ma al tempo stesso lucida e ferma nell’analizzare la tragedia che due anni fa gli ha strappato sua moglie e la madre della sua unica figlia Giada di 11 anni, la lettera che Giuseppe Irranca ha affidato al nostro giornale per chiedere che si faccia di tutto per fare chiarezza sulla fine di Raimonda Asole Marcialis.

Il 18 giugno di due anni fa, dopo aver assistito al saggio di musica della figlia, la donna di 45 anni era scivolata dentro il l teatro Civico di Alghero sui gradini che conducevano all’uscita e aveva battuto violentemente e ripetutamente la testa, riportando un trauma cranico molto grave. Tre giorni dopo Raimonda era morta nel reparto di Rianimazione di Sassari.

Qualche giorno fa il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Sassari Antonello Spanu ha rinviato a giudizio per omicidio colposo il direttore della Fondazione Alghero, Paolo Sirena e il tecnico di palcoscenico a cui la stessa Fondazione aveva affidato il servizio antincendio e di emergenza del teatro Civico, Antonio Luciano Sisto.

Il processo per loro inizierà a Sassari il prossimo 13 settembre, ma Giuseppe Irranca è convinto che all’appello delle responsabilità manchi qualcuno. «Si poteva evitare che Raimonda morisse?» si chiede – senza puntare il dito contro nessuno – quest’uomo che il primo giorno d’estate di due anni fa ha dovuto spiegare a una bambina di 9 anni che la mamma era andata in cielo e non sarebbe mai più tornata a casa. Nella lunga lettera in cui l’uomo ricorda le fasi drammatiche della caduta, di sua madre ancora scioccata che non può dimenticare il rumore dei colpi della testa di Raimonda sui gradini e della speranza che tra le corsie del pronto soccorso qualcuno potesse fare qualcosa per salvare sua moglie, Giuseppe Irranca dice di non volersi sostituire agli inquirenti, ma ammette di aver avuto fin dal principio la sensazione che ci possa essere stato un tentativo più o meno volontario di insabbiare, coprire, proteggere alcuni “intoccabili”. «Non permetterò che si defili chi ha responsabilità – scrive il marito di Raimonda Asole Marcialis – solo quando verrà fatta piena luce potrò dire di aver onorato la memoria di mia moglie e io e la mia bambina potremo pensare di guardare avanti al futuro che ci aspetta con la pace nel cuore, ma con un vuoto incolmabile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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