«Io sequestrata in casa e presa a pugni»

La donna accusata di aggressione dall’inquilino bengalese attacca: tutte bugie, mi sono solo difesa dalla loro violenza

SASSARI. «Ma quale aggressione! Sono io a esser stata sequestrata in quell’appartamento, mi hanno trascinato all’interno e hanno chiuso la porta a chiave, poi mi hanno colpito con calci e pugni in tutto il corpo. La sedia l’ho sollevata, è vero, ma mi stavo solo difendendo. E quelle pentole che ho lanciato per aria contenevano forse un po’ di minestrina ma non certo acqua bollente...». Una versione diametralmente opposta quella fornita dalla donna accusata da un commerciante bengalese (suo affittuario) di aver aggredito – aiutata dal marito e dai figli – lui e la sua famiglia lunedì pomeriggio in una palazzina di via Madonna della Mercede. L’uomo ha chiamato la polizia e l’ha denunciata sostenendo che lei si fosse introdotta in casa sua con la forza, ossia dopo che il marito e i figli avevano sfondato la porta, e che avesse cominciato a lanciare addosso a lui, a sua moglie e alle bambine piccole, tutto ciò che si trovava davanti agli occhi.

«Mi ha rinchiuso in quell’appartamento urlandomi addosso e colpendomi – dice invece lei – Il tutto mentre mio marito e i miei figli bussavano con forza al portone chiedendo di poter entrare, terrorizzati all’idea che mi stessero facendo del male. A un certo punto mio figlio ha sfondato la porta, non poteva fare diversamente».

La signora, proprietaria dell’abitazione, ha a sua volta presentato una denuncia alla polizia e altrettanto faranno quasi certamente marito e figli. Ancora scossa, e sentendosi accusata di qualcosa che non avrebbe commesso, spiega come sono cominciati i contrasti con quella famiglia del Bangladesh e in particolare con il capostipite: «È entrato ad abitare nell’appartamento di nostra proprietà a novembre. Ce lo aveva chiesto il precedente inquilino, anch’egli di nazionalità bengalese, che ha vissuto da noi per diversi anni mantenendo sempre un comportamento corretto. Avendocelo presentato come suo amico, dopo tante insistenze perché non ci aveva fatto una buona impressione, abbiamo acconsentito a concedergli l’appartamento in affitto con regolare contratto, come da sempre nel nostro modo di operare, rispettando le leggi. Ma da subito lui si è comportato in modo scorretto, allacciandosi al nostro contatore in modo fraudolento, sporcando, lasciando i sacchi dell’immondizia sul marciapiede, facendo dormire nell’appartamento persone estranee senza nessun preavviso e autorizzazione, nonostante il contratto lo vietasse, disturbando a tutte le ore del giorno e della notte, tanto che alcuni vicini volevano far intervenire le forze dell’ordine. Infine, sollecitato perché pagasse l’affitto arretrato di due mesi, ha risposto con violenza verbale e fisica. Infatti circa dieci giorni fa ha aggredito mio marito. Sono andata dai carabinieri per denunciare il fatto e mi hanno detto che solo la persona offesa poteva querelare. Speravamo che andassero via, come lui stesso diceva, ma i fatti dimostrano che le intenzioni erano ben altre, ossia abitare in casa degli altri con prepotenza e violenza senza pagare l’affitto».

Fino all’episodio di lunedì pomeriggio. «Mentre scendevo le scale condominiali per andare nell’ufficio al piano terra, trovo mio marito nel pianerottolo che veniva attaccato verbalmente e strattonato dal signore bengalese, come era già accaduto. Mi intrometto per difenderlo e lo faccio allontanare. Chiedo al signore se la casa l’avessero trovata e lo sollecito ad andarsene. A quel punto mi afferra per il braccio sinistro e mi trascina dentro casa chiudendo la porta a chiave. Dentro c’erano la moglie con la bambina piccola e un uomo suo connazionale che non avevo mai visto prima. Entrambi, guardandomi con odio, mi hanno strattonato e riempito di pugni in testa, sulla faccia, nel petto e sulle spalle. Con la forza della disperazione sono riuscita a liberarmi e allontanarmi lanciando alcuni oggetti appoggiati sul tavolo, ho preso una sedia che ho trovato a portata di mano per farmi da scudo. Poi lui ha chiamato la polizia dicendo che ero entrata col coltello per uccidere la bambina. Intanto mio marito disperato batteva i pugni sulla porta perché aprissero, alla fine è arrivato mio figlio che dopo aver invano gridato che aprissero e mi facessero uscire, anche se aveva già avvisato la polizia temendo per la mia vita, ha sfondato il portone con dei calci». E il video di cui è in possesso il bengalese? «Hanno smesso di filmarmi con i loro telefoni quando hanno sentito i calci alla porta, si sono avvicinati per bloccarla. Non riuscendoci hanno colpito mio figlio e mio marito e quando mio figlio ha visto il padre di 80 anni cadere per terra, ha sferrato due pugni a quell’uomo. Cos’altro poteva fare per difenderlo? In tutto questo
pandemonio sono uscita dall’appartamento e ho supplicato mio figlio e mio marito di allontanarsi da quella situazione di pericolo e di aspettare la polizia che è arrivata poco dopo. Abbiamo denunciato i fatti, siamo stati medicati al pronto soccorso e ci siamo rivolti a un avvocato».

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

SCRIVERE: NARRATIVA, POESIA, SAGGI

Come trasformare un libro in un capolavoro