Dal pallone al Bloody Mary. L'Angel dal sinistro diabolico appende le scarpette al chiodo

Dopo 600 gol e quattro scudetti la catalana-sassarese Parejo, asso della Torres, sceglie di fare la barista e stila il suo bilancio

SASSARI. Terrassa, periferia di Barcellona, primi Anni '80. Una bambina e i suoi sei fratelli si divertono a dare calci a un pallone. Sfidarsi in accese partitelle è il loro gioco preferito. Trent'anni e oltre mezzo migliaio di gol dopo la storia si chiude, a Sassari, con l'addio al calcio di una campionessa che ha vinto tanto e adesso può raccontare una lunga e felice carriera, ricca di reti (ben 556), vittorie e trofei.

E' tempo di ricordi, adesso, per la vivace bimba spagnola ora oltre la soglia degli "anta", e da sempre vittima della infinita passione di uno sport che oggi saluta, dopo una tanto sofferta quanto irrevocabile decisione.

Angeles Jimenez Parejo, per tutti i tifosi solo Angel, ha appeno chiuso l'ennesima stagione vittoriosa su tutti i fronti e appende idealmente al chiodo la sua micidiale scarpetta sinistra, quella con la quale ha fatto piangere tanti portieri avversari.

Mettere la palla in rete, spesso dopo una rapidissima fuga sulla fascia sinistra, è sempre stato il suo chiodo fisso, da quando sfidava i suoi fratelli più talentuosi (Andrés, provinato dal Barca, e Gabriel) nei polverosi campetti iberici fino a ieri, portando a casa un altro scudetto e altre coppe nel calcio italiano. Quello che l'ha vista crescere, fino a diventare simbolo di professionalità in un mondo di dilettanti com'è ancora nella penisola il pallone declinato al femminile.

"Ma fino all'adolescenza - racconta la bomber catalana - giocavo anche a basket, con la mia sorella gemella Isabel. Al sabato canestri, la domenica gol. Poi è arrivato il momento di scegliere. Isabel diceva basket mentre io puntavo sul calcio. Litigavamo perfino nel sonno, continuando a discutere mentre dormivamo. Alla fine l'ho spuntata io e lei mi ha seguito, ma con un ruolo diverso. Io sono sempre stata un'attaccante, lei ha invece fatto il jolly prima di diventare un bravo difensore. Siamo rimaste sempre insieme nella vita, ma non in campo, per la regola assurda del calcio italiano di tesserare solo una straniera per squadra. Da rivali ci siamo affrontate solo una volta: lei mi ha marcato in modo feroce ma sono riuscita lo stesso a segnare il gol della vittoria".

In origine fu il Sabadell, la sua prima vera squadra. Sei stagioni da pendolare, ogni giorno in treno per andare ad allenarsi. Sacrificio? No, felicità pura. La grande occasione si presenta nel 1988, con un torneo internazionale al quale è invitato il Torino. Il presidente dei granata resta subito conquistato da quella ragazzina che semina il panico nelle difese avversarie. "Nessun dubbio nel trasferirmi in Piemonte, dove sono rimasta 3 anni. Ho deciso per l'esperienza italiana, dove il calcio femminile era più evoluto rispetto a quello spagnolo, con un vero campionato nazionale. Oggi avrei scelto gli Stati Uniti, ma a quei tempi l'America per me era l'Italia".

Niente stelle e strisce nel sogno di Angel, solo 4 moretti bendati, quelli della bandiera sarda. Dal granata di Torino al rossoblù della Torres, un viaggio che diventa scelta di vita perchè a Sassari lei e l'inseparabile Isabel mettono radici.

"Ricordo bene i primi tempi in una città molto diversa da Torino, più piccola ma anche più simile alla mia, per clima, cultura, tradizioni e calore della gente. Ambientarmi è stato facile. La prima parola sassarese sentita e imparata? Ajò. Era il 1991, e c'era una grande Torres, con Marrosu presidente e Silvetti allenatore. Era una squadra molto sassarese, con Tesse, Soriga, Colombino, Placchi, Casu e Deiana, vere amiche più che compagne, e con un grande vivaio dove spiccava Tamara Pintus, anche lei quest'anno al capolinea. C'era soprattutto un clima di grande familiarità, certe spaghettate sono difficili da dimenticare, anche più delle vittorie. Che sono state tante".

Il primo scudetto.
«Un anno incredibile, il 1994. In panchina c'era Gigi Casu, in attacco facevo coppia con Carolina Morace. Un'intesa fantastica: insieme realizzammo 63 reti. La partita decisiva col «mio» Torino, all'Acquedotto, davanti a 5000 spettatori non potrò mai scordarla, col pallone lanciato dall'elicottero prima del via. Finì 3-1 per noi, un gol e gli assist vincenti per Morace e Pittalis furono il mio contributo. Di quei 90 minuti ricordo perfettamente ogni azione e ogni emozione. E' proprio vero che il primo successo è come il primo amore: indimenticabile».

Da ajo' ad arigato'
. Un altro viaggio, stavolta Oltre Oceano, movimenta la carriera di bomber Parejo, dalla Sardegna al Giappone. "Il calcio nipponico voleva aprirsi al mondo e ingaggiava le migliori giocatrici straniere. Nell'estate del '98 i dirigenti del Takarazuka mi vedero agli Europei e mi proposero un contratto da professionista, ho voluto provarci e non mi sono mai pentita. Si viveva in una zona circondata da campi di riso e la squadra era cosmopolita, con brasiliane, norvegesi, tedesche. In 15 partite ho segnato 18 gol, finendo tra le top 11 e vincendo un trofeo in cristallo che ora brilla nel mio salotto. E' un prezioso ricordo di quell'esperienza, come le bacchette per mangiare che ho conservato. Sei mesi in Giappone sono bastati per essere premiata, invece dalla Federazione italiana, dopo 20 campionati, tanti gol e mai un'espulsione, è arrivato solo silenzio. Un piccolo riconoscimento a fine carriera lo avrei meritato".

Gioie e dolori.
«Pur segnando tanto, non ho mai vinto la classifica marcatori. Un vuoto che però considero positivamente, perchè non sono mai stata egoista e ho sempre giocato pensando al bene della squadra. Ho anche un altro rimpianto: non aver potuto vestire spesso la maglia della mia nazionale, gli impegni con il club non erano quasi mai compatibili. Poca roba, rispetto alle soddisfazioni. Oggi mi commuovono i tanti messaggi di giovani fans su Facebook, che mi vedono come esempio sportivo, un modello da seguire. E' gratificante essere riconosciuta come simbolo del calcio femminile, ora se ne sono accorti anche in Spagna. Tanti gol alla mia età hanno suscitato l'interesse di giornali sportivi come il madrileno As e il catalano Diario di Terrassa, che mi hanno dedicato ampi servizi inorgogliendo mio padre Gabriel e mia madre Josefa. Loro mi hanno sempre sostenuta, anche quando alle bambole preferivo il pallone".

La bella storia di Angel, che quando ha voglia di rilassarsi fa
due passi in piazza d'Italia, a 42 anni si chiude sul campo e prosegue dietro il bancone di un bar, sempre a Sassari.
«Ho scoperto che anche per fare un buon cappuccino ci vuole passione - conclude -. Restare nel calcio? Mai dire mai, davvero ma non credo di essere portata per la panchina".

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