La gioia dei «padri» Dedicato a Meo e a tutti i tifosi sardi

Gli ex presidenti Dino Milia e Luciano Mele sono i più felici Emanuele Rotondo: «Uno stimolo per rilanciare Sassari»

SASSARI. Più vicini degli altri, perché lo scudetto è un po’ più loro. Più generosi di tutti, perché il pensiero va ai tifosi e per loro stessi non prendono altro che la soddisfazione. Una enorme, tricolore soddisfazione.

«Dopo il primo tempo stavo per coricarmi dalla rabbia, ero nervosissimo. Non si può giocare in questo modo, pensavo. Ho resistito quasi per errore, lo confesso, e non me ne sono pentito», confessa Dino Milia, storico presidente della Dinamo. «Ha giocato meglio la Dinamo – prosegue Milia – ma quelli erano difficili da contrastare...». Questo scudetto è anche suo. «Ma no – si schernisce –, io faccio il nonno». E i nonni amano i loro nipotini. «Sono molto orgoglioso di questi nipoti. Massì, un piccolo merito me lo prendo anch’io, ma molto piccolo. Però che gioia i cortei di auto fino a tarda notte. Mi hanno telefonato diverse persone, e ho gradito in particolare la chiamata di Piero Caravano da Cagliari. Giocava ai miei tempi con i Pirastru. Sì, a Cagliari sono felici, mi ha detto. E’ come per lo scudetto del calcio». L’avrebbe mai detto 55 anni fa? Lo scudetto. «Quando siamo andati in A2 era un trionfo, ricordo la festa al Florian fino a notte – prosegue Milia –. Ho preso la Dinamo in serie Zeta, e ora... Non mi sono perso una partita di finale, a Sassari, e ieri la serata è finita con un bel brindisi dedicato a Meo Sacchetti. Gli faccio gli auguri. E naturalmente li faccio a Stefano Sardara e a tutti gli altri. Lo scudetto è merito loro».

Soddisfatto anche il suo successore, Luciano Mele, predecessore di Stefano Sardara. «Una cosa grandiosa – è il primo commento –.Il pubblico di Sassari e tutti i tifosi hanno avuto quello che meritano. Hanno dato tanto, lo scudetto è loro. Quella piccolissima fettina di scudetto che qualcuno potrebbe attribuirmi la dedico al pubblico di Sassari e a tutta la Sardegna, e adesso a ragion veduta posso dire serenamente che i sacrifici che abbiamo fatto erano giusti».

«Se ci ho creduto? Sì, sempre – prosegue Mele –. Assolutamente sì, perché la storia si ripete. Ci ho creduto quando abbiamo ribaltato la serie finale per la promozione a Trapani, ci ho creduto adesso. Siamo riusciti a vincere anche quando tutto sembrava perso e la Dinamo quando parte male spesso chiude bene».

«Meo – prosegue Luciano Mele –. Non ci sono parole, l'abbiamo voluto fortemente e anche nei momenti di difficoltà siamo rimasti al suo fianco Era giusto così e i fatti ci hanno dato ragione. Che soddisfazione, lo merita. Bravo lui e bravissimi tutti, non togliamo niente a nessuno».

Un’altra bandiera della Dinamo è Emanuele Rotondo, la maglia numero 12 ritirata: «Ci ho messo ore per realizzare talmente era surreale, quasi da altra dimensione. Bello, un’impresa incredibile, spiega la guardia che ora fa l’allenatore nelle giovanili biancoblù –. Faccio fatica a trovare paragoni anche in altri sport. Il Verona del calcio? Ma mai nessuno aveva raggiunto questo traguardo con così pochi anni in serie A. Forse neanche la società lo aspettava così in fretta, e questo dà la misura del grande lavoro fatto. Anch’io che l’ho vissuto dall’interno, che nella Dinamo sono nato, stento quasi ancora a frederci. Ora non palleggio, non tiro ma i tiri li accompagno guardandoli. E poi che festa, dieci volte più intensa di quella per i mondiali di calcio». «Lo scudetto è un segno di quanto Sassari può fare, di quanto possa arrivare in alto

– conclude Emanuele Rotondo –. E’ un trionfo sportivo, ma serre per rilanciare la nostra città e la nostra terra. E’ un motivo d’orgoglio, vuol dire che ci sono persone capaci, ripartiamo da qui. Senza togliere niente agli altri tifosi, ma solo un sassarese può capirlo al cento per cento».

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