«Fabio dammi retta, se vuoi vincere scopriti antipatico»

Mario Cipollini, in vacanza-lavoro nell’isola, consiglia Aru Il doping al Tour e i Tazenda nella compilation ideale

PULA. “Il ciclismo? Un festival della musica di tutti i generi e luoghi. Un Grammy Awards, penso ai 200 che partono per il tour de France o il Giro: maratoneti, scalatori, velocisti, cronomen. Tutti con caratteristiche, storie e stili diverse. Come la musica, frutto di emozioni che maturano in modo differente”. Mario Cipollini, come non te lo aspetti. Il Re Leone è al Forte Village. Promuove le sue bici ipertecnologiche, fa escursioni con i clienti del resort iscritti alla Bike Academy, gira sui tornanti di Teulada con gli amatori sardi, porta avanti il suo amore per il ciclismo.

Fisico statuario, capello corto, benda sulla clavicola, appena due tatuaggi, Cipollini racconta e svela. Classe ’67, campione del mondo a Zolder 2002, una Milano-Sanremo e 57 vittorie fra Giro, Tour e Vuelta, adesso insegna e fabbrica bici d’autore.

“Emozioni uniche. Come quelle musicali, frutto di talento, lavoro e qualità dei più forti. Quando partiamo dal Forte verso Chia, passiamo da Tueredda e Domus de Maria, gli scenari cambiano: se leviamo asfalto, moto e auto, l’habitat è quello di tremila anni fa. Ecco, la bici ti regala come nessun altro sport la possibilità di ammirare, capire e penetrare il territorio. Nessuno stadio, autodromo o impianto ti permette queste immersioni”.

Cipollini, bici e musica. Ad esempio?

“La mia compilation è casuale: ho i vostri Tazenda di Spunta la luna dal monte, ma anche Bono, Bocelli e Jovanotti. Il ciclismo è deambulazione speciale. Eppure passa per lo sport fucina del doping”.

E invece?

“Ha regole e controlli ferrei, ci siamo messi in gioco, abbiamo ammesso gli errori. Si ha il sospetto che la nostra demonizzazione sia creata per distogliere le attenzioni da altri sport. Il ciclista si autoregola e si autopunisce. Siamo i soli con il passaporto biologico”.

Come valuta Wiggins e il record dell’ora?

“Grande tecnica, preparazione super, pista, casco, tuta e bici spaziale per fare 55 all’ora. Non ho mai provato ma se mi allenassi per sei mesi, potrei arrivare attorno ai 52”.

Che idea si è fatto di Fabio Aru?

“Grandi prospettive, può crescere molto, ha un bagaglio genetico ottimo. Impari a gestire la pressione, se stesso, la squadra e fasi della corsa per diventare più solido e forte”.

Ha un consiglio particolare?

“Sì. Mandi al diavolo chi gli mette un microfono sotto il naso a 45 secondi dalla partenza della crono. Deve pensare a fare il massimo, tolga disponibilità e semplicità, il mondo dei media ne approfitta. Meglio essere antipatici, come me in carriera, che non alla mercé di qualcuno che si fa bello con le tue parole. E non disturba certo Contador”.

Essere educati non paga?

“No. Aru si porta sulle spalle le sue fatiche, la famiglia, la squadra, l’intera Sardegna. Pensi solo a questo”.

E Cipollini a cosa pensa?

“La mia vita ha due fasi: la prima, da professionista,

ero su un transatlantico Msc e ho imbarcato un sacco di stronzi. Ora, ho un piccolo barcone e navigo con gli amici veri”.

La vittoria che non scorda?

“La Milano-Sanremo. Ho vinto più per la testa che per il fisico: l’avevo promessa a mio padre che era in coma”.

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