Romina, dalla Torres al West Ham

Prosegue a Londra la favola rosa della Pinna: «Imparo l’inglese e maturo esperienza ma tornerò in Italia»

SASSARI. Da Oschiri a Londra, dalla Sardegna all'Inghilterra, dalla Torres femminile al West Ham in rosa.

Romina Pinna è sarda, è nata nel 1993, gioca a calcio e, dallo scorso agosto, indossa orgogliosa la maglia tanto cara agli Hammers, tifosi dello storico West Ham, club londinese fondato nel 1895 protagonista della Premier League maschile e del massimo campionato femminile inglese.

Passione, grinta, voglia di mettersi alla prova - nello sport e nella vita - un biglietto per l'Inghilterra che ha i colori dell'azzurro granata degli Irons.

Da un'Isola all'altra, passando per la Manica...

«Volevo fare un esperienza di vita diversa, imparare l'inglese. Mi sono trasferita a fine agosto ma già a giugno ero stata a Londra per tastare un po' il terreno. Ho fatto dei provini per alcune squadre e il West Ham mi ha scelto».

La sua famiglia?

«C'era un po' di preoccupazione, ma i miei genitori mi appoggiano sempre, sono i miei più grandi tifosi. Mia madre in tribuna si agita, ma mio padre, che osserva tranquillo, rientrata a casa mi sommergeva di indicazioni e consigli».

Il primo giorno londinese?

«Londra mi è piaciuta subito. Al primo allenamento ero un po' imbarazzata, non conoscevo nessuno. Ma quando ho toccato il pallone l'imbarazzo è svanito e il mio inglese migliora di giorno in giorno».

Il West Ham?

«Ci sono le inglesi, tre francesi io e Erika Campesi, sarda come me: siamo amiche fuori e ci troviamo bene in campo. Il mister ha 30 anni e tiene molto al suo lavoro e noi ragazze. Con le mie compagne vado d'accordo. Ci sono quelle tecniche, quelle grintose, quelle che non hanno piedi ma danno l'anima: un gruppo equilibrato».

Quali le differenze fra il calcio inglese e italiano?

«Più fisico e meno tattico rispetto al nostro. Ciò che però impressiona è che molti fan del West Ham maschile seguono il femminile, che anche nei piccoli stadi la gente sugli spalti non manca mai».

Come ha iniziato a giocare?

«A Oschiri all'età di sei anni con i miei coetanei maschi. Il calcio è sempre stata la mia passione, ne ero ossessionata. Ne sono ossessionata».

La Torres?

«A 14-15 non potevo più giocare con i ragazzi, anche se io avrei continuato ancora. Mi avevano contatto da Olbia e dalla zona di Cagliari, ma quando ho saputo che la Torres aveva chiesto di me non ci ho pensato due volte ad accettare».

Il più bel ricordo dell'esperienza in rossoblu?

«Tanti gli anni alla Torres, fra Primavera e prima squadra. Forse il ricordo più bello è stato il mio primo goal rossoblu: ho visto mio padre emozionarsi».

La scomparsa della Torres?

«Per una sarda la Torres era il massimo. La mancata iscrizione, la scomparsa: provo tanta tristezza, grande amarezza per come l'hanno fatta affondare. Io sarei rimasta: ero a casa e stare a casa è sempre bello».

Cosa le manca di più della Sardegna?

«La mia famiglia, il mio cane, le giornate di sole, l'aria che si respira, il cibo, le panadas e la pizza, che è buona anche a Londra, ma è diversa».

Cosa le piace di più di Londra?

«La gente. Ognuno fa la sua vita, non ci sono pregiudizi, puoi essere chiunque e fare ciò che vuoi».

Consiglierebbe l'esperienza all'estero?

«Sì e non solo a livello calcistico. Si apre la mente, vedi e capisci cose che, condizionata dalla mentalità, non vedresti».

Prossimo

obiettivo?

«Il mio campionato finisce ad marzo, magari tornerò in Italia per il girone di ritorno della serie A. La prossima stagione spero di giocare per una squadra ambiziosa come me e di arrivare in Nazionale. Non mi spaventa il dover cambiare città: darò sempre tutta me stessa».

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