Arzachena in serie C storica promozione

Gli smeraldini vincono e raggiungono l’Olbia in terza serie

INVIATO AD ARZACHENA. Numero 1. L’Arzachena arriva lì, dove ha sempre voluto essere, dove ha sempre meritato di essere, dove il destino l’aveva immaginata 53 anni fa quando la fece nascere sotto il nome di Luisiana. Arriva fra i grandi del calcio sardo. Sbarca con autorevolezza, con orgoglio in Lega pro, la vecchia serie C unica, la terza serie calcistica. Escluso il Cagliari, lì ci sono state solo l’Olbia, che 24 ore prima aveva conquistato il diritto a restarci, e la Torres, che proprio nelle stesse ore è retrocessa in Eccellenza. È il coronamento di un sogno, è il suggello del potere che cambia.

Ciò che ieri doveva frapporsi fra questo disegno e il suo compimento, l’Albalonga, è stata una vittima sacrificale: l’Arzachena le ha rifilato 4 gol, davanti a 3 mila spettatori caldissimi, felicissimi, gasatissimi. E ciò ieri poteva andare storto - un calcio di rigore per i laziali con il favore del vento e sul punteggio di 2-0, con la possibilità di correre qualche rischio - è stato ipnotizzato e cancellato da Marco Ruzittu, portiere gallurese di Santa Teresa.

Non poteva esserci altro finale. Lo sapevano tutti. Se lo sentivano tutti. L’Arzachena doveva vincere, doveva essere promossa. Così è stato. Alle 16,45 il triplice fischio finale ha sancito il dominio messo in campo dall’Arzachena in tutto questo campionato di serie D. Ha sciolto le paure, ha liberato gli animi. La maglietta indossata dai giocatori dice tutto quello che la squadra ha vissuto: “Non Ci credeva nessuno”.

Nessuno avrebbe scommesso sull’Arzachena. Forse neppure nell’Arzachena, neppure ad Arzachena. È una squadra cresciuta piano piano, anno dopo anno, sotto la guida di un grande allenatore come Mauro Giorico, algherese felice di essere in Gallura, e sotto la direzione di una società ambiziosa, competente, seria. È una squadra che, vittoria dopo vittoria, ha cominciato a sognare, e a far sognare. Qualcuno credeva che si sarebbe sciolta come neve al sole, nelle ultime partite. Qualcuno pensava che Arzachena - inteso come paese - non avrebbe preso il rischio di andare in serie C, con l’aumento delle spese. Qualcuno che non conosce Arzachena, che non sa quanto voglia sempre avere il meglio, essere il meglio.

Nessuno ha tirato il freno a mano. Né nella squadra né nella società né nella tifoseria. Qualcuno, la notte prima della sfida all’Albalonga, non ha dormito. Più di uno. Ieri l’appuntamento non era con una partita qualsiasi, con una promozione qualsiasi. No, l’appuntamento era con la storia. Vincere avrebbe voluto dire andare dove mai si era stati: tra i professionisti.

Era l’occasione della vita. L’Arzachena scesa in campo contro l’Albalonga era la perfetta rappresentazione di questo momento: sicura di sé, convinta dei propri mezzi, ansiosa di compiere l’impresa. Giorico ha fatto come sempre le cose per bene e con semplicità: 4-4-2, difesa impenetrabile, centrocampo solido e vivace, attacco da bomber. In campo l’ha presa per mano Danilo Bonacquisti, che non è arzachenese, che non è gallurese ma orami è come se lo fosse. Lo è per come si muoveva: era ovunque, la testa sempre alta, fiera; bloccava gli avversari, avanzava come un condottiero. Quel grado di capitano se l’è meritato e, quasi a confermare che era una storia già scritta, ha segnato anche due gol: uno nel primo tempo, l’altro nel secondo. I gol della tranquillità: il secondo al 28’ e il terzo al 16’ st. In mezzo la super parata di Ruzittu, l’ennesimo rigore disinnescato, la possibile paura del 2-1 scacciata con forza e sicurezza. Ad aprire le danze - nel giorno in cui Andrea Sanna è restato a secco - il polacco Branicki, un’altra immagine vera di questa Arzachena con il suo attaccamento

fortissimo alla maglia.

Nessuno ci credeva. Nessuno ci avrebbe scommesso. Hanno sbagliato tutti. L’Arzachena è stata più forte di tutti, di tutto. L’Arzachena e Arzachena possono ora dire, anche nel calcio, ciò che amano ripetere: siamo i numeri 1.

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