«Ora ho trent’anni ma sul parquet resto un ragazzino»

La stella gallurese festeggia il compleanno a Istanbul. «La passione è la stessa di quando giocavo al campetto»

ISTANBUL. Non ha memoria del suo primo tiro a canestro, perché forse al tempo era ancora in fasce. Ricorda benissimo, invece, la prima schiacciata e il rispetto con il quale – nel fiorire dei vent’anni – guardava i giocatori più anziani di dieci anni. I trentenni, insomma, come lui oggi. Luigi Datome da Olbia, nato il 27 novembre 1987, vira attorno a una boa decisamente significativa, sia come sportivo che come uomo. Un “trentello” tutto da raccontare, mentre spinge il carrello della spesa dentro un supermercato di Istanbul.

Buon compleanno, Gigi Datome. Oggi a Istanbul sarà festa?
«Sì, ho preso in affitto un piano di un locale molto conosciuto. Ci saranno un po’ di amici e anche qualche parente arrivato dalla Sardegna. Stavolta voglio festeggiare come si deve».

In che senso?
«Trent’anni sono un bel traguardo. Per i 20 non ho fatto nulla, ero a Scafati, tra una partita e l’altra. Ai 18 feci una bella cena, ma in generale ai compleanni non ho mai avuto modo di organizzare nulla di particolare. Stavolta ci tengo».

Come cambia la vita tra i 20 e i 30?
«Completamente: a vent’anni ero a Scafati, appunto, circondato da mille dubbi sul mio valore. A 30 mi ritrovo ad aver fatto forse più di quanto mi potessi mai aspettare».

Vive ancora sull’onda della conquista dell’Eurolega con il suo Fenerbahce?
«È stata un’impresa fantastica. Ora viene il difficile: ripetersi».

Ricorda la prima schiacciata della sua vita?
«Come fosse ieri. Ero in terza media. Ci provavo da un po’, ormai c’ero quasi. Poi prima di una partita un mio amico, Ennio, mi ha detto: perché oggi non ci provi? Alla prima azione sono entrato a difesa schierata e...».

Un attimo. Prima della barba era già così alto?
«Sì. Sono sempre stato il più alto della classe, nelle foto di quarta e quinta elementare ero già più alto della maestra. Ho superato i 2 metri a 16 anni, mi sono fermato poco dopo a 2,03. Però non ero il più alto a Olbia: Dario Congiu e Ciccio Ferentino facevano ombra a tutti».

Insomma, queste schiacciate?
«Al minibasket io e Riccardo Fois (attuale assistant coach a Gonzaga, ndr) schiacciavamo sempre, ma lui lo faceva in dietroschiena o facendo passare la palla sotto le gambe. Un fenomeno. Ci divertivamo da morire, ma diciamo anche che gli avversari non erano felicissimi...».

Nessuna tentazione calcistica?
«Capitava di giocare per strada e mi divertivo anche. Ma il basket era già la mia vita: amavo giocare e andare a vedere le partite della Santa Croce».

E la scuola?
«Mai avuto problemi. Anche perché a casa i patti erano chiari: niente studio, niente basket».

Idoli di gioventù?
«Il mio idolo assoluto, ancora oggi, è Alessandro Del Piero, col quale ho anche un bel rapporto. Ammiro Pantani, Zanardi e soprattutto Mohammad Alì, che ho avuto la fortuna di conoscere. Nel basket erano gli anni di Iverson, Novitzki, Gasol».

Gente che poi si è ritrovata di fronte sul parquet.
«C’è una cosa mi ha colpito molto: in Nba, quando ho affrontato per la prima volta Gasol, ma anche Ginobili, sono venuti loro a presentarsi e a chiacchierare con me, che ero un giocatore semisconosciuto appena arrivato dall’Europa. A volte la grandezza degli sportivi è pari alla loro umiltà.

Un passo indietro. Cosa c’è nella testa di un ragazzino che poi diventerà un professionista, andrà a giocare in Nba e sarà tra i migliori giocatori d’Europa?
«C’è tutto quello che sente qualsiasi adolescente che ama lo sport. Io vivevo di basket, ero già abbastanza bravo ma non ho mai pensato a un traguardo particolare. Se ci penso oggi mi fa effetto: io volevo solo giocare, divertirmi e fare del mio meglio».

È sempre stato bravino, ok. Ma quando ha capito di essere davvero superiore alla media?
«A 16 ho fatto il Trofeo delle Regioni, siamo arrivati quinti e io sono stato inserito nel primo quintetto del torneo. Da quel momento sono iniziate le convocazioni nelle nazionali giovanili. Ma sempre senza assilli».

A proposito, la nazionale: dopo una vita in azzurro si è preso una pausa. Una scelta definitiva?
«No, per niente. Sulle “finestre” mi sono già espresso, ma non è questo il punto. Ho bisogno un’intera estate da dedicare alla cura del mio corpo per essere sempre più competitivo. Ormai a certi livelli uno sportivo non può più permettersi fare l’atleta per 10 mesi e poi andare 2 mesi a Formentera: bisogna

lavorare ogni giorno dell’anno e questo vale per tutti gli sport, calcio compreso. Ora sto affrontando un’altra stagione molto impegnativa, la prossima estate lavorerò duro e poi, se mi vorranno ancora in azzurro, io sarò sempre pronto».

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