Il ritorno di Meo nella Romania dei “Sachet”

Il ct azzurro a Cluj sulle tracce degli antenati: i miei genitori sono nati qui, poi la fuga in Italia

SASSARI. I signori Sachet forse abitano da qualche parte, là fuori. L’uomo con i baffi e la tuta azzurra si aggiusta gli occhiali e guarda le case che scorrono fuori dai finestrini appannati. A bordo del pullman della nazionale c’è chi dorme, chi tortura i tasti dello smartphone, chi chiacchiera sotto voce. Lui, che di cognome fa Sacchetti e di mestiere fa l’allenatore, non si distrae un secondo e studia palmo a palmo le strade, le case, gli uomini e le donne che camminano in mezzo alla neve.

Frammenti di vita. Le radici mai ritrovate di Meo Sacchetti sono davanti ai suoi occhi, sotto i suoi piedi: la nazionale azzurra è da ieri in Romania, a Cluj, dove domani sfiderà i padroni di casa. Una tappa importante nel cammino verso i Mondiali del 2019 in Cina, ma questa è una storia che corre su altri binari. Per il ct dell’Italia, la Romania è il luogo di nascita dei suoi genitori, è il suolo in cui riposa un fratello morto in tenera età e che si chiamava proprio come lui, Romeo. La Romania è anche la patria in cui vive metà della sua famiglia, persone che lui non ha mai conosciuto e delle quali non sa nulla. «Tutti i parenti dalla parte di mia madre sono qua, da qualche parte – racconta coach Sacchetti – perché quando i miei sono tornati in Italia, il resto della famiglia ha invece scelto di restare».



Una storia italiana. Siamo a fine anni Quaranta. Pietro Sachet, di professione scalpellino, e sua moglie Caterina Stefani hanno deciso di fare una scelta di vita: lasciare per sempre la Romania, dove sono nati, e dove i loro genitori erano emigrati dall’Italia a metà Ottocento, rispettivamente dal Bellunese e dal Trentino. Con loro porteranno i tre figli, Francesco, Gilda e Virginia. «Il quarto figlio, il più piccolo, si chiamava Romeo – racconta oggi il ct –. Si ammalò e una notte, dalla casa isolata su una montagna in cui abitavano, mio padre e mia madre scesero a valle alla ricerca di un medico. Portavano il piccolo avvolto in una coperta e tenevano in mano un fucile per scacciare i lupi che popolavano quei boschi. Il medico non riuscì a salvare il bambino e quando nacqui io, ad Altamura, nel 1953, i miei genitori mi diedero lo stesso nome. Non ho mai saputo altro, perché in casa mia questo argomento era tabù».

Profughi al contrario. Nel 1950, in piena guerra fredda, la famiglia Sachet decide dunque di trasferirsi in Italia. «Era la terra dei loro nonni e fecero la scelta, al tempo irreversibile, di venire al di qua della cortina di ferro, trovando al centro di smistamento profughi di Udine un funzionario che consigliò loro di italianizzare il cognome: Sacchetti. Dal Friuli vennero spediti in Sicilia, a Termini Imerese, e poi in Puglia, dove sono nato io, nel padiglione numero 5 del campo profughi di Altamura. Ma tutti i fratelli di mia madre rimasero in Romania. Di loro non so nulla – ripete Meo –, neppure in che città risiedano. Venire in questo Paese mi crea sensazioni particolari, i miei genitori erano nati qua, i miei nonni ci sono venuti per lavorare, una parte della famiglia è qua, da qualche parte. Ora vediamo se viene fuori qualche sorpresa».



Una vita da film. Orfano di padre ad appena 6 mesi di vita, l’adolescenza a Novara; una carriera luminosa come giocatore di basket, l’argento olimpico e l’oro continentale con la maglia azzurra; i successi come allenatore, con lo scudetto da allenatore vinto a Sassari insieme a suo figlio Brian, il ritorno nella natia Puglia come allenatore di Brindisi; la chiamata a guidare la “sua” nazionale. Con la quale ha esordito a novembre proprio contro la Romania, a Torino, città in cui ha giocato e allenato. Un cerchio che ogni volta sembra chiudersi e che invece si interseca sempre con storie nuove. L’uomo con i baffi guarda fuori dal finestrino. Nel suo libro ci sono ancora pagine bianche da riempire.
 

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