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Brian Sacchetti torna in Sardegna: «Io turista? No, questa è casa mia»

Basket, l'ex biancoblù rientra nell’isola dopo gli impegni con Brescia e con la nazionale

SASSARI. Una stagione da globetrotter, tra gli impegni in campionato e quelli con la nazionale azzurra, e poi il ritorno a casa. “A casa” per Brian Sacchetti, significa in Sardegna. Per l’ala della nazionale di basket, nata a Moncalieri e cresciuta tra Torino e Varese, i 7 anni sassaresi hanno lasciato il segno. Dopo l’addio alla Dinamo e il grande campionato disputato con la Leonessa Brescia, archiviati (per il momento) gli impegni con la nazionale azzurra, Sacchetti junior si gode il meritato riposo tra Sassari, Alghero e la Gallura. «Ma non faccio il turista, eh, qui sono a casa mia».

Dopo 7 anni di Sardegna, com’è stato il tuffo in una nuova esperienza?

«Devo dire col senno di poi che Brescia è stata una scelta felice ma è andato tutto per il verso giusto. Anzi, direi, quasi tutto, perché ci è mancato qualcosina per arrivare sino in fondo».

Perché “col senno di poi”?

«Perché ovviamente non era scontato, era una sfida. Ma già dallo scorso agosto, quando mi sono unito a quel gruppo e ho conosciuto i ragazzi, ho capito subito che la squadra, con uno spogliatoio così unito, avrebbe potuto fare davvero grandi cose. Nessuno si sarebbe aspettato di vederci arrivare sino a gara 4 della semifinale playoff, contro Milano. È un grande risultato ma ci è comunque rimasto un pizzico di amaro in bocca».

In tanti hanno visto nella parabola attuale della Leonessa un po’ della Dinamo dei primi anni di serie A. È così?

«Avendo vissuto entrambe le esperienze, direi che i punti di contatto ci sono. Una squadra arrivata da poco nella massima serie, un grandissimo entusiasmo, un grande pubblico: il mix è simile. Ma ho rivisto alcune situazioni bellissime che avevo vissuto a Sassari: un grande tifo e tanta sportività, gli applausi alle squadre avversarie o a chi fa una bella giocata. Abbiamo portato un po’ di grande basket a Brescia dopo tanti anni. C’è stato un boom incredibile».

Com’è stata la stagione della Dinamo vista da fuori?

«Ovviamente continuo a seguirla perché un pezzo del mio cuore è rimasto qua, ci sono tanti amici che mi aggiornano. È stato un anno difficile, perché non sono stati raggiunti gli obiettivi che forse la società si era posta, ma quello che posso dire da giocatore è che certe annate possono capitare, ci sono state situazioni anche sfortunate, con mezzi canestri e roba del genere».

L’entusiasmo di qualche anno fa sembra essersi un po’ annacquato.

«Vincere è bellissimo ma confermarsi è davvero difficile. Sassari in questi anni è cresciuta tanto ed è normale che l’asticella si sia alzata, anche per quanto riguarda le aspettative dei tifosi. Ma ciò che conta è non perdere l’entusiasmo e continuare a sostenere la squadra. Anche perché immagino che ora la voglia di rifarsi sia grandissima. Ne hanno tutte le possibilità».

È andato via da Sassari e ha trovato la Nazionale, a 31 anni. Ci sperava ancora?

«È sempre stato un mio sogno. Sino a che un giocatore è in campo, il suo sogno e il suo obiettivo ultimo è vestire quella maglia. Poi magari non è un pensiero quotidiano, e neppure un assillo, però si lavora tutti i giorni per raggiungere quell’obiettivo. Giocare con la maglia azzurra addosso ti da un’emozione impagabile. Sono tutte cose che ho sempre sentito di riflesso da altri e ora che ci sono dentro anche io ho capito che davvero quando indossi l’azzurro c’è qualcosa che ti scatta dentro».

Al di là della figura di padre, che Sacchetti senior ha sempre abilmente scorporato da quella di coach, il Meo dello spogliatoio azzurro è uguale a quello col quale ha condiviso le sue 7 stagioni sassaresi?

«Assolutamente identico. La sua forza è sempre stata il fatto di essere se stesso in ogni situazione, non ha cambiato nulla nella gestione del gruppo, né dello spogliatoio. Questa è una sua caratteristica che non cambierà mai».

Le ultime due sconfitte hanno in parte compromesso il vostro cammino verso i mondiali. L’impresa è ancora possibile?

«Il ko con la Croazia, che ci poteva stare, ha comportato un grandissimo sforzo fisico e mentale, e siamo arrivati a giocare con l’Olanda un po’ scarichi. Loro sono partiti bene e hanno giocato con grande fiducia. Però entriamo nella seconda fase come secondi e abbiamo ancora tutto nelle nostre mani. Bisognerà ottenere il massimo nelle gare di settembre. Sarà dura, ma ci siamo, nulla è compromesso».

Con le “finestre” per le nazionali, c’è il rischio che molti dei giocatori che si sono “zappati” la qualificazione, poi vengano esclusi nel momento in cui rientreranno i giocatori di Nba ed Eurolega. Come valuta questa eventualità?

«Dal mio punto di vista è uno stimolo ulteriore. Ogni finestra è un’opportunità per mettersi in evidenza e cercare di rendersi utili. Il mio posto è tutt’altro che scontato ma ogni volta cerco di dare il massimo per meritarmi la maglia azzurra e il campo. D’altro canto, se si vuole che l’Italia arrivi in alto è ovvio che ci sia bisogno anche di giocatori come Datome, Melli, Belinelli, Gallinari, che sono i migliori. Io, ripeto, farò di tutto per guadagnarmi il posto».