È arrivata fino a Berlino la lunga marcia di Agrusti

Martedì (8.35) la stella sassarese delle Fiamme Gialle sarà al via della massacrante 50 km «Mi sto appena riprendendo da un infortunio ma voglio comunque migliorarmi»

SASSARI. Bisogna portarsi dentro un po’ di sana follia, soltanto per trovare il coraggio di muovere il primo di una infinita serie di passi. Bisogna essere ottimisti e coraggiosi per riuscire a guardare fino al traguardo, lontano 50 chilometri. Bisogna essere tenaci, per resistere alla fatica. Bisogna essere un marciatore e se sei sardo è anche meglio, perché anche la testardaggine e la caparbietà aiutano.

Lo sa Andrea Agrusti, sassarese, 22 anni, 1.80 per 65 kg, dallo scorso maggio alle Fiamme Gialle e da quattro anni al lavoro tra il centro federale di Ostia e Castelporziano, dove è cresciuto chilometro dopo chilometro dopo chilometro. Martedì mattina alle 8.35 all’Olympiastadion di Berlino in tribuna sventolerà tutta per lui la bandiera dei Quattro Mori portata dalla famiglia, sempre vicina ad Andrea in un’avventura cominciata con i Guerrieri del Pavone di San Giovanni, a Sassari. Nazionale giovanile, il primato personale di 1h23’28 nella 20 km, e quello di 3h55’09” nella 50 km (record mondiale ed europeo 3h32’33”) ai mondiali di Taicang, in Cina, lo scorso maggio. Ora, tra i big.

Ne ha fatta di strada.

«Ho cominciato da ragazzino ai Guerrieri del Pavone con Marco Eugenio Sanna, e mi sono avvicinato alla marcia per caso: allo Stadio dei Pini ho visto uno che camminava in modo strano e mi sono incuriosito. Trovata la mia strada non l’ho più lasciata. A tanti non piace, però... Io come tanti altri avevo cominciato con la velocità a 10 anni. Le prime gare, un po’ di salto in lungo, l’alternanza con la pallacanestro. Giocavo esterno nel minibasket della Dinamo. Poi ho lasciato la pista e sono passato alla strada».

Gli altri sport?

«Seguo la Dinamo ma non sono accanito, il basket mi piace più giocarlo che vederlo. E calcio, zero».

In una disciplina che ha una grande tradizione italiana a chi si ispira?

«Non è che abbia un modello fisso, mi ispiro alle imprese di chi mi ha preceduto in nazionale. Tanta gente».

Pamich, Didoni, Brugnetti, i Damilano, De Benedictis, Frigerio, Schwarz... Cosa pensa del caso Schwarz, del doping?

«Cosa devo pensare? Ha fatto la sua scelta, si è assunto le sue responsabilità».

Lei ha scelto la sua stessa distanza. Come si prepara una 50 chilometri?

«Facendo tanti, tanti chilometri al giorno. In periodo di preparazione una media di 25-28 al giorno, curando tutti gli aspetti. Ritmo, velocità, tecnica, respirazione...».

Cosa si aspetta a Berlino?

«Sono appena uscito dall’infortunio in Coppa del mondo in Cina, dove ho gareggiato con un’infiammazione al tibiale. L’abbiamo controllata e sono partito comunque ma è stato un calvario. Già dopo 30 km stavo male, l’antinfiammatorio non mi ha fatto un baffo. Dopo 40 km non riuscivo più a muovere il piede ma non so come sono arrivato in fondo, facendo anche il personale».

Quindi, se ha fatto il personale in quelle condizioni in Cina, a Berlino...

«Non è così semplice. Il mio inizio di stagione era stato buono, ho portato a casa il personale ma non sono soddisfatto perché per recuperare c’è voluto un mese, l’infiammazione non passava ed è stata durissima. Ho ripreso da poco, e ci sono riuscito grazie alle Fiamme Gialle e alla loro organizzazione ma nella marcia ci vuole tempo per trovare la forma, il ritmo, il passo, i tempi. A Berlino posso fare solo meglio? Ovviamente punto sempre ad andare più forte ma non mi trovo nella migliore condizione. Con lo stop ho perso l’80 per cento della forma, ho dovuto ricostruire tutto. Mi sono ritrovato lentissimo. Solo da pochi giorni ho fatto qualche allenamento buono, tanto da poter avvicinare il tempo fatto in Cina».

Nessun sogno di medaglia dunque, ma l’esperienza sarà comunque importante.

«Certo, la prendo così. Per me è la prima vera volta in nazionale con tutti i grandi. Ho fatto la Coppa Europa l’anno scorso e la Coppa del Mondo, ma l’evento clou è quello di agosto, i mondiali».

Un sardo agli Europei, altri ai mondiali under. L’atletica isolana sta crescendo.

«Sta vivendo un bel momento, deve mantenere le promesse. Sono da quattro anni a Roma ma resto legatissimo alla mia terra e seguo tutto: sono venuti fuori dei velocisti interessanti: Kadddari, Pitzalis, Patta...».

E un certo Filippo Tortu.

«Ci siamo trovati colleghi nelle Fiamme Gialle, l’ho conosciuto in caserma. Chiacchieriamo. Condividiamo le origini e lui è molto attaccato alla Sardegna. Ci tiene sul serio».

Ma era proprio necessario emigrare?

«Il salto di qualità l’ho fatto quando sono andato a Roma. Se non avessi fatto questa scelta non avrei mai potuto raggiungere questo livello e non potrei crescere ulteriormente, come intendo fare con il mio allenatore Patrizio Parcesepe. Qui siamo su un altro piano. Con altri stimoli, con ben altre strutture».

Ed è in buona, dolce compagnia».

«Sì, sono stato fortunato a conoscere la mia ragazza, Maria Vittoria Becchetti, romana, marciatrice come me. Si è tesserata per il
Cus Cagliari, una scelta che ci unisce ancora di più».

Anime gemelle.

«Si è convertita alla 50 km, l’ha scoperta in Cina e ha fatto il minimo per gli Europei. Sarà anche lei a Berlino».

Due cuori, una marcia.

«E cento chilometri in due».

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