L’addio a Giagnoni dalla sua amata Olbia sino al grande calcio

I ricordi di Piras e Bernardini sui 3 anni alla guida del Cagliari L’affettuoso saluto da parte degli sportivi di tutta l’isola 

OLBIA. Gustavo Giagnoni se ne è andato in silenzio, dopo una lunga malattia, in Trentino, lontano dalla sua Mantova e dalla sua Sardegna. Quando muore un uomo di calcio, il cordoglio si mischia a quel sentimento di perdita di chi ha incarnato la passione, accompagnata dai ricordi di momenti indimenticabili ma anche di delusioni sportive. Nel caso di Giagnoni l’addio è reso ancora più doloroso dalla statura umana della persona, prima ancora che del calciatore o del tecnico partito da Olbia, la sua città, una carriera in cui è passato anche per Mantova e Reggio Emilia, prima di iniziare quella da tecnico, che lo consegnò al mito. “L’allenatore col colbacco”, così lo chiamarono per quella sua abitudine di indossarlo in panchina, che sfiorò lo scudetto con il Torino. Allenò anche la Roma.

Ma la grandezza dell’uomo si può riconoscere ancor di più nella sua esperienza a Cagliari. Tre panchine e due retrocessioni. Risultati sportivi che non ne hanno intaccato, ma forse anzi enfatizzato, la forza morale e l’esempio. «Ricordo una partita col Genoa, nella quale all’intervallo perdevamo 2-0 giocando malissimo – racconta Gigi Piras, centravanti e bandiera del Cagliari, nel quale ha militato dal 1973 al 1987 –. Lui decise di abbandonare la panchina, non tornò in campo e se ne andò a casa. La squadra rimontò nella ripresa e la partita finì 2-2. Noi lo raggiungemmo nella sua abitazione per festeggiare, ma lui ci riempì di rimproveri».

Ricordi indelebili, un apprezzamento condiviso nonostante le due dolorose retrocessioni in serie B nell’82-83 e quella in serie C nell’ 85-86. In mezzo, l’anno prima, una clamorosa salvezza, quando subentrò a Ulivieri, con una società allo sbando all’epoca della gestione di Moi e Amarugi. Tra i suoi giovani pupilli in quel Cagliari c’era anche Lucio Bernardini, futuro capitano del Cagliari che con Ranieri entrò nell’epica rossoblù con la duplice promozione dalla C alla A. Bernardini ricorda l’uomo, prima che l’allenatore. «Un gran signore, dalla straordinaria sensibilità. Ricordo che mi diede il permesso per motivi familiari (mio padre stava molto male) di allenarmi a Città di Castello, dove sono nato – ricorda uno dei numeri “10” più amati della storia del Cagliari –. Raggiungevo la squadra nelle trasferte e lui mi fece giocare sempre».

Per questo vanno oltre la prassi i ricordi subito diffusi sui social dai suoi ex club, a partire dal Cagliari (“Il Cagliari Calcio piange la scomparsa di Gustavo Giagnoni, grande uomo di calcio, e si stringe con affetto ai suoi familiari. Ciao, mister!), al Mantova, al Torino (“Resterà per sempre nel cuore della gente del Toro per la straordinaria umanità e il temperamento sanguigno”).

Per finire con l’Olbia, la squadra della sua città, che non l’ha mai dimenticato e dove poco più di due anni fa fu premiato come “ambasciatore” insieme ai suoi ex compagni Egidio Podda e Marino Spano. Quel giorno a ritirare il premio c’era l’amato fratello Piero, anche lui ex bandiera dell’Olbia, morto nell’aprile dell’anno scorso. L’Olbia ha ricordato Giagnoni con un commosso “Ciao Gustavo” sul proprio sito, ancora una volta unendo le doti di uomo a quelle di grande allenatore. «Conosceva il calcio a memoria, anche quando mi doveva marcare un giovane della Primavera sapeva tutto e mi consigliava
– racconta Gigi Piras –. Ma è il lato umano quello che emergeva. L’ultimo anno in serie A mia figlia stava male ed era stata ricoverata a Genova. Lui mi fu molto vicino, spesso teneva mio figlio più piccolo accanto a lui mentre ci allenavamo». Allenatore e gentiluomo.



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