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Il personaggio: Picchio e il Valledoria un amore senza fine

La storia di Gesualdo Serra, bomber rossoblù degli anni 60 «Oggi si gioca troppo per i soldi, così il calcio sparisce» 

VALLEDORIA. A settembre “Picchio” compirà 72 anni, ma nonostante l'età nel cuore indossa ancora idealmente la casacca rossoblù . Gesualdo Serra, ex attaccante del Valledoria degli anni 60-70, soprannominato come la bandiera viola De Sisti per il suo modo di giocare e perché tifoso della Fiorentina, è considerato il vero ambasciatore dello sport nel centro dell’Anglona. Esordisce con la maglia del Valledoria nel 1961, all'età di 16 anni, poi per un anno gioca in Promozione a Sassari indossando la casacca della Josto (in quegli anni era la seconda squadra della città). Rientrato a Valledoria, gioca nel suo paese per 9 anni consecutivi; una parentesi di due anni nel Monte Alma, con cui vince il campionato di Seconda categoria, poi nuovamente a Valledoria dal 1975 fino al 1980: un brutto infortunio (il terzo della sua carriera) lo costringe ad appendere le scarpe al chiodo a 35 anni.

Signor Serra, quello per il Valledoria sembra un amore che non può mai tramontare.

«Mai, perché è un amore che ho coltivato prima da giocatore, poi da allenatore della scuola calcio e del settore giovanile. E ora non smetto di dare il mio contributo alla Polisportiva come tifoso».

È nota la sua disponibilità a supportare la società anche in maniera fattiva, è vero?

«Ho sempre contribuito alla crescita dello sport per il mio paese – spiega l'ex attaccante rossoblù – sono andato d'accordo con tutti i presidenti che si sono avvicendati alla guida del club e non mi sono mai tirato indietro nel caso ci fosse necessità di dare una mano. Anche quest'anno darò il mio contributo, sia economico sia personale. Ad esempio, ho sempre tracciato il campo prima di ogni partita ufficiale in maniera gratuita quando mi è stato richiesto o quando ho visto che vi era necessità del mio aiuto».

Ha un abbonamento a vita che le fu donato dall'ex presidente Costantino Fini...

«Sì, godo di questo privilegio – spiega Serra – ma non ne ho mai approfittato, perché ritengo che ogni cittadino di Valledoria appassionato di calcio come me, debba contribuire a far sì che la squadra venga aiutata in qualsiasi maniera. Il calcio dilettantistico sta soffrendo parecchio in questi anni, e noi tifosi o ex giocatori dobbiamo dare il nostro contributo per non perdere questo patrimonio che appartiene a tutta la comunità».

Cosa ricorda dei tempi deldel suo esordio, da ragazzino?

«Ricordo che giocavamo in un campo a ridosso della parrocchia di Cristo Re, poi prima della realizzazione nel 1968 dello stadio dove gioca oggi il Valledoria, si giocava in un terreno a ridosso dell'ex fabbrica di pomodori. Non avevamo spogliatoi, pertanto ci cambiavamo in macchina, e prima di ogni partita eravamo noi calciatori a tracciare le linee del rettangolo da gioco. Io arrivavo in motoretta alle partite e agli allenamenti dopo il lavoro. Ma mai ho sentito fatica».

Dicono che abbia realizzato con la maglia del Valledoria circa 400 reti.

«Non credo di essere arrivato a quota 400 – dice Gesualdo Serra – ma di sicuro ci sono arrivato molto vicino».

Sui giovani che fanno calcio oggi?

«Nella mia carriera ho avuto tre infortuni bruttissimi e ho smesso solamente perché dopo il terzo non sono riuscito più a riprendermi. Non ho mai giocato per i soldi e la sera prima della partita non c'era nessuno che mi doveva controllare per accertarsi che fossi rientrato a casa, volevo essere in forma e puntuale per la gara dell'indomani». Il giudizio di Serra è impietoso: «Ora i giovani non hanno l'attitudine alla sofferenza, giocano solamente se ricevono la “paghetta” e si ritirano al primo ostacolo. Manca la vera passione e i soldi purtroppo ora non bastano più. Se si continua così, tra un paio di anni il calcio nei piccoli centri avrà serie difficoltà a sopravvivere».

Giulio Favini