Vai alla pagina su Tutto Dinamo

Diop: «Sogno una super Dinamo e un biglietto per il Senegal»

Il baby biancoblù si racconta, tra ambizioni e speranze «Non vedo la mia famiglia da quasi 6 anni, spero di tornare dai miei in estate»

SASSARI. Ogni allenamento è un’opportunità per crescere, ogni singolo minuto in campo un’occasione da sfruttare sino all’ultimo secondo. Un mattoncino alla volta, per costruire un sogno che arriva da lontano. Ousmane Diop è una formichina di due metri e quattro centimetri che mette insieme pezzetti del proprio futuro. Senza fretta, ma con grande determinazione, anche a costo di grandi rinunce. La più grande è certamente aver lasciato la famiglia da ragazzino. «Non li vedo da oltre cinque anni – dice – ma a Sassari sto bene, come prima ero stato molto bene a Udine».

Baby boom. Diciannove anni il mese prossimo, un sorriso che illumina uno sguardo leggermente velato di malinconia, Ousmane Diop è il giovane sul quale la Dinamo Banco di Sardegna ha deciso di scommettere con maggiore convinzione. Il suo contratto scadrà nel 2022 e nel frattempo, alla sua prima esperienza nella massima serie, il lungo senegalese cerca di fare tesoro di ogni chance che gli viene offerta da coach Vincenzo Esposito. «Gioco pochi minuti – sottolinea –, a volte niente, ma che c’è di strano? Sono l’ultimo arrivato, sino allo scorso campionato ero in A2. Sono giovane, la strada è lunga, non ho nessuna fretta. Anzi sì, ho fretta di imparare. Per questo in allenamento cerco di dare sempre il massimo. Per me stare in campo, trovarmi gomito a gomito con Cooley, Magro e gli altri è una grande opportunità».



Senegal, casa. «La mia non è la storia di uno arrivato in Italia col barcone – dice il numero 35 della Dinamo –, ma non per questo è stata una passeggiata. Sono andato via da casa quando avevo 13 anni: mio cugino stava già a Udine e insieme a due amici ho deciso di raggiungerlo. Gioco a basket da quando ero bambino, volevo tentare la carta dello studio e dello sport, è stata davvero una scommessa. Sono passati quasi 6 anni e da allora non ho ancora rivisto i miei genitori e i miei fratelli e sorelle. Li sento spesso, praticamente tutti i giorni. La mia è una famiglia normale, mio padre ha sempre lavorato, ho tre sorelle più grandi e due fratelli più piccoli, vivono a 40 chilometri da Dakar. Vicino a casa mia c’è il mare, a me il mare piace moltissimo. Spero di riuscire a tornare al termine di questa stagione, è tempo di riabbracciare la mia famiglia».

Scelte di vita. «Venire a Sassari è stata la mia seconda scelta di vita. A Udine ho trascorso cinque anni bellissimi, sono cresciuto come persona e come sportivo, ho studiato, ho trovato una seconda casa con la famiglia Caruso. Siccome credo nelle mie possibilità ho deciso di prendere questo treno. Dove mi porterà? Spero il più in alto possibile, ma sempre un passo alla volta. I miei sogni sono gli stessi sogni di qualsiasi ragazzo di 18 anni che gioca a basket. Io ho la fortuna di essere già in serie A, ma devo crescere e migliorare».

Gavetta&sfide. Dal vivaio della Virtus Feletto all’esordio in serie A2 a 16 anni con la maglia della Gsa Udine, sino alla serie A con la Dinamo, che per portarlo in Sardegna ha battuto la concorrenza di tante altre società. Quelli trascorsi in Friuli sono stati anni particolarmente intensi. «Per una stagione ho giocato contemporaneamente in quattro campionati: under 18, under 20, serie C e serie A2. Praticamente ero sempre sul parquet. La gavetta è un passaggio necessario, l’ho fatta ovviamente anche in A2, quindi prima di essere pronto per questi livelli dovrò impegnarmi tanto».



Nel frattempo comunque “Ous” ha preso il diploma e a neppure 19 anni sa parlare quattro lingue: senegalese, francese, italiano e inglese. «Ma sull’inglese ci sto lavorando – puntualizza – non sono così bravo anche se lo usiamo molto in campo e negli spogliatoi. La nazionale? Dal punto di vista della formazione sportiva sono italiano, ma nel mio passaporto c’è scritto Senegal: sto bene in Italia, voglio restare qua molto a lungo ma il mio sogno è arrivare un giorno a giocare per la nazionale del mio paese. È una cosa che sento dentro. Non so dove mi porterà la mia carriera, ma anche per quando avrò chiuso col basket il mio desiderio è tornare a casa mia. Ma mi sembra che stiamo correndo un po’ troppo...». Già, un passo alla volta.

Un senegalese a Sassari. «Qua si vive bene, mi piace molto passeggiare per il centro, ho incontrato tanti miei connazionali. Sanno che gioco a basket, mi fermano, chiacchieriamo del più e del meno. Il razzismo nello sport? È una cosa pessima. Ho seguito la vicenda di Koulibaly, certo, lui per noi senegalesi è un modello. Penso che sia profondamente ingiusto discriminare le persone per il colore della pelle, ma mi adiro anche quando in un palazzetto i tifosi se la prendono con un singolo giocatore solo perché è un avversario».

Casa Dinamo. «Mi trovo bene nella società e nello spogliatoio, sono stato accolto benissimo. Siamo una buonissima squadra, secondo me possiamo ambire a entrare tra le prime quattro. Certo, c’è tanto lavoro da fare, ma abbiamo grandi qualità e un coach che ci sta dietro, è diretto, pignolo e non lascia niente al caso. Per un giovane come me è l’ideale, perché ti spiega ogni errore e ti spinge a migliorare sempre. E personalmente in questi pochi mesi sento di essere migliorato molto, soprattutto mentalmente e nel modo di gestirmi in campo. Il mio ruolo? Voglio essere pronto a giocare sia da ala forte che da centro, nel basket moderno bisogna essere duttili. Per questa stagione spero di migliorare e di meritarmi qualche minuto, sarebbe il miglior premio».

Insieme a un biglietto per il Senegal: è tempo di riabbracciare la famiglia.
 

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Come trasformare un libro in un bestseller