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Dinamo super, il coach innamorato: "La forza di questo gruppo sono il cuore e la mente"

Basket, Gianmarco Pozzecco parla di cambi, scelte, risultati e di come si festeggia una vittoria mozzafiato

SASSARI. «Marco Spissu è tornato a casa prima delle 7 del mattino? Non lo sapevo, prenderemo provvedimenti». L'aspetto stravolto dopo l'ennesima notte insonne («per l'adrenalina, mica per i bagordi»), una giornata intera trascorsa a rilasciare interviste a radio, tivù e giornali nazionali e una voglia infinita di parlare dei suoi ragazzi. Il gesto da Maciste in stile Jack Cooley, diventato un po' il tormentone del momento, è roba del giorno prima. Gianmarco Pozzecco manda giù un sorso di cocacola e sorride. «Facciamo che chiacchieriamo e basta. E parliamo di loro, non di me».La notte di Gara3 del quarto di finale tra Dinamo e Armani Milano è stata piccola per la Sassari sportiva, perché un 3-0 contro i campioni d'Italia è un'impresa straordinaria da festeggiare assolutamente, sino all'alba. «Ho detto ai giocatori di uscire a divertirsi e di non tornare prima delle 8», aveva raccontato domenica notte in sala stampa, subito dopo la vittoria consecutiva numero 22 della sua Dinamo.

Più di qualcuno lo ha preso sul serio. Come Marco Spissu, non esattamente un nottambulo, che ha comunicato ufficialmente il suo orario di rientro sui social: 6,37. «Roba da dilettanti», gli è stato risposto.«Voglio bene a questi ragazzi - dice il coach del miracolo Dinamo -, lo dico spesso perché è la pura verità. Se siamo arrivati a questo punto, se abbiamo portato a casa una coppa europea, ci siamo qualificati ai playoff e siamo arrivati alla finale scudetto, non è solo frutto del talento o della forza fisica. C'è tutto questo ma c'è anche di più, in questi ragazzi. C'è una forza mentale particolare, c'è una voglia clamorosa di spingersi oltre i propri limiti. Qualcuno avrebbe mai pensato di vedere Polonara giocare a questi livelli? Io già lo stimavo, ma è diventato un giocatore di una solidità incredibile, ha una costanza che prima non aveva. E guarda quanto ci sta dando adesso Carter, che è un giocatore di una personalità enorme, un leader. Questi sono solo due esempi».

In questo Banco dei sogni ci sono altri esempi di exploit a livello di singoli che derivano, con grande evidenza, dai rapporti umani costruiti dal coach triestino e dalla fiducia trasmessa costantemente. «Io mi vedo ancora come un giocatore - dice Poz -, capisco cosa passa per la testa dei giocatori e so cosa scatta nella loro mente quando sbagliano un tiro e tu chiami subito il cambio». Un momento: la gestione dei cambi nel terzo quarto di gara2, al Forum, è la teoria che diventa pratica? «Ho capito dove vuoi andare a parare - punta il dito Poz -. Sì, Smith era in ripresa e ho insistito parecchio su di lui in quel frangente di gara, nonostante qualche difficoltà di ritmo. L'avevo messo dentro un po' tardi e volevo che restasse ancora sul parquet. Ma il discorso è semplice: un allenatore secondo me deve ragionare non solo sulla base della singola partita, ma deve pensare alle ricadute che le sue scelte possono avere anche nel medio termine. Ci sono dinamiche che dall'esterno non si vedono ma che sono tutte dentro la testa del coach».Nel caso specifico, invece, Pozzecco è passato all'incasso immediatamente, perché Smith è stato semplicemente l'eroe di in Gara3, con 29 punti e un abbagliante 7/8 da 3. Spunto interessante, ma nel frattempo il coach è già passato ad altro.

«I miei giocatori sono persone straordinarie: quello che hanno costruito quotidianamente durante tutta la stagione è quello che la gente vede e apprezza, innamorandosi. Ma è frutto di un lavoro enorme. Ci sono forse squadre più forti, squadre che hanno vinto o vinceranno più di noi, ma nella mia vita nel mondo della pallacanestro faccio fatica a ricordare una squadra o un gruppo dalle caratteristiche e dai valori umani così spiccati. Dei primi allenamenti fatti con questi ragazzi ricordo la percezione immediata di un grande talento associata al poco egoismo. Ho riguardato qualche mia intervista del periodo iniziale: chiedevo tempo, perché quello fa anche parte del mio ruolo, ma ero sereno perché vedevo che la squadra cresceva. E ripeto ancora una volta che tutti i ragazzi hanno spostato avanti i propri limiti». Asticelle che saltano, limiti che si spostano, e in tutto questo ci sono anche voci silenziose che fanno la differenza.

«Io posso contare su un apporto di importanza determinante da parte di Jack Devecchi - dice Pozzecco -. Capitani ne ho avuti mille ma nel basket la figura del capitano è molto ridimensionata rispetto al calcio. Con Jack invece è diverso, la sua presenza è di primo piano».Il solco è tracciato, la finale scudetto conquistata in pompa magna non fa paura, ma è solo parte della

storia. «Giocare e divertirsi», è il mantra del Poz, che con pazienza sta riuscendo a mettersi alle spalle anche la fama di gran "cazzaro". Ma sull'orario di rientro dei giocatori non transige: se Spissu è davvero rincasato prima delle 8 del mattino, allora deve davvero fare tanta strada...

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