«Sempre fedele: da diciotto anni con la stessa maglia»

Mele, il capitano del Taloro, è cittadino onorario di Gavoi «In campo non c’è mai tensione, qui si gioca col cuore» 

GAVOI. Il gigante buono quando scende in campo, complice la trance agonistica si trasforma, ha la maglia rossoblù del Taloro Gavoi cucita alla pelle. Un connubio con quei colori – sempre da protagonista – che dura da ben 18 anni. Un vero record nel mondo del calcio dilettantistico isolano. Anche perché Roberto Mele, un metro e novanta per 85 chili, non è di Gavoi, ma gavoese lo è diventato negli anni tanto da guadagnarsi tre anni fa la cittadinanza onoraria. Un’onorificenza che l’amministrazione comunale gli ha conferito per meriti sportivi, un onore che prima di lui era toccato al compianto regista Ormanno Olmi e a Gristolu, il giornalista parigino, entrambi qui di casa. «È stata una soddisfazione enorme. Un regalo graditissimo che mi ha riempito di orgoglio». Con il paese e la sua gente, con la dirigenza di una società che non ha mai avuto un presidente padrone, ma ha fatto ruotare tanti in questo prestigioso incarico, con più onori che onori, che hanno deciso di impegnarsi per il movimento calcistico, è stata un’infatuazione cresciuta nel tempo.

Gli inizi. Il ragazzo, allora 19 enne, che arrivava da un anno di stop dopo essere stato in forza alla Torres, ha capito, stagione dopo stagione, che qui alle rive del lago di Gusana sarebbe stata la sua dimensione ideale. Il posto perfetto dove giocare divertendosi senza troppe pressioni e magari gettare le basi anche per un futuro lavorativo. E, così è stato. «Le offerte dalla D e dall’Eccellenza mi sono sempre arrivate, ma non ho mai avuto la tentazione di cambiare maglia. L’ambiente mi ha conquistato. Le manifestazioni di affetto ci sono sempre state e continuano ad esserci. Ho preferito e non me ne sono mai pentito privilegiare l’aspetto umano, le amicizie vere, quelle che durano una vita, ad ingaggi magari più alti ma con poca sostanza», spiega il capitano del Taloro che anche quest’anno si tiene stretta la maglia numero 11. «Ci sono aspetti che non si possono spiegare con le parole, ma l’affetto dei tifosi, il rapporto con la dirigenza negli anni sempre coesa, la serietà nella programmazione e nelle scelte hanno lasciato il segno. Io ho sentito tanta fiducia nei miei confronti e allo stesso tempo spero di aver ripagato tutti con il mio impegno in campo e con la disponibilità fuori dal rettangolo di gioco».

Gavoi anche calcisticamente non è un luogo come tanti, se oggi il Taloro è la squadra più longeva dell’Eccellenza, si deve alla passione, una tenacia e una volontà che ognuno mette per sostenere la squadra secondo la logica dell’azionariato popolare. La stima si misura anche con i tanti legami (compari, padrini..) e Roberto Mele in questi anni ne ha totalizzato diverse. «La gente mi ha rapito, c’è un ambiente tranquillo, insomma la situazione ideale per giocare a calcio. Senti l’affetto e non la tensione. Non c’è mai una contestazione anche in alcune stagioni difficili in cui abbiamo rischiato di retrocedere». Lui in campo è un marziano capace di giocare con due crociati rotti grazie alla forza dei quadricipiti, («Non so come sia possibie»), uno di quelli con la garra urguiana, quel giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero avere, capace di ricoprire davvero tutti i ruoli. Insomma sembra chiaro che a uno così si possono perdonare anche qualche cartellino di troppo magari nelle sfide infuocate con la Nuorese, da queste parti il derby, la partita più sentita. «Non ci posso fare nulla, in campo mi trasformo e mi adatto. Ho fatto anche il portiere per 15 minuti dopo un’espulsione di un compagno, ma ho giocato da centrale difensivo, da attaccante anche se il mio vero ruolo è quello di centrocampista».

E se non sono mancati i momenti difficili (retrocessioni evitate alle ultime giornate) ci sono stati anche quelli esaltanti, da conservare nel cassetto dei ricordi più belli vissuti assieme ai familiari i suoi primi tifosi: mamma Adelaide, babbo Annico Natale e il fratello Massimiliano con cui ha giocato un anno al Taloro e ora con la compagna Mariantonietta. «Dopo la vittoria di Coppa Italia nel 2011 andammo a giocarci la fase nazionale con il Marino. Andammo vicinissimi all’impresa, ma perdemmo di misura. Fu comunque un’emozione bellissima giocare in quello stadio dove l’Italia si era allenata per i mondiali del 1990, ma soprattutto sentire la spinta di tutto il paese con i tumbarinos. Pensate che i gavoesi superavano numericamente i supporter di casa. E poi noi eravamo una squadra di giocatori lavoratori, i nostri avversari vedevano il pallone dalla mattina alla sera».

L’amore per il Taloro e i suoi colori se lo è portato lo scorso anno in cammino a Santiago. Quando ormai alla conclusione
dei 900 chilometri ha lasciato una bandiera rossoblù in un bar. Ancora non sa se l’anno prossimo appenderà le scarpette al fatidico chiodo, ma ha altre certezze. Questi anni di calcio giocato hanno lasciato un’eredità di legami che durano con vecchi e nuovi compagni. «Amici per sempre».

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