Lo spettro di un’accabadora nella Cagliari bombardata

Il film del regista cagliaritano apre oggi in anteprima nazionale il festival IsReal La signora della “buona morte” stavolta è giovane e agisce in una grande città

SASSARI. Al via “IsReal”, Festival del cinema del reale in programma a Nuoro sino a domenica. Film d'apertura è “L'accabadora” di Enrico Pau proiettato in anteprima assoluta stasera alle 21 all'Auditorium Giovanni Lilliu. Prodotto da Film Kairos e dall'irlandese Mammoth, il nuovo lungometraggio del regista cagliaritano ha per protagonisti Donatella Finocchiaro, Barry Ward, Carolina Crescentini, Sara Serraiocco e Anita Kravos accompagnati da un gruppo di interpreti sardi tra i quali Giuseppe Boy, Mario Faticoni, Camilla Soru. Al centro della storia Annetta, una donna che alla fine degli anni Trenta in un arcaico villaggio ha il ruolo di dare la “buona morte” ai malati terminali. Un imprevisto la porterà a Cagliari, proprio quando la città nel 1943 comincia a essere bombardata. Un film dalla lunga gestazione, scritto da Pau insieme ad Antonia Iaccarino a partire da un soggetto al quale ha collaborato anche il fumettista Igort: «Sulla rivista Black della Coconino – spiega il regista – avevamo scritto “Una sera d'estate”, con le sue illustrazioni, che è il primo nucleo del soggetto di questa storia».

Storia che nasce da quale spunto?

«Ho cominciato a pensare a questo film quando ho letto un saggio di Alessandro Bucarelli che parla del ruolo sociale dell'accabadora, con uno spirito scientifico anche se da parte dell'antropologia ufficiale c'è una sorta di negazione derivante dal fatto che non ci sono documenti chiari, ma solo una serie di leggende, di racconti più o meno probabili».

E lei dal punto vista storico ci crede?

«Non mi pongo il problema. E scrivendo il film, non interessava a me e alla co-sceneggiatrice se sia esistita realmente questa figura oppure no».

Ma la mancanza di un riconoscimento ufficiale come si coniuga alla realtà di quel periodo che racconta nel film?

«Non ci ha impedito di lavorare perché l'unica verità che a noi interessava era la verità del racconto. Il fatto che ci siano così poche notizie è stato anche interessante. Ci siamo presi la grande libertà di rendere la protagonista, Annetta, una donna ancora giovane, sui 40 anni. Mentre si associa l'accabadora sempre a un'anziana».

Che altre caratteristiche ha il personaggio, interpretato da Donatella Finocchiaro?

«Ha eredito dalla madre i segreti di quel rito e per questo è sempre stata a contatto con la morte. Noi la cogliamo in un momento di passaggio. Per una serie di motivi si allontana infatti dal mondo che ha sempre conosciuto, quello arcaico del suo paese. Arriva a Cagliari nei giorni in cui cominciano i bombardamenti. Si trova quindi a passare da quella morte che aveva frequentato per motivi legati alla sua cultura, alla comunità che in qualche modo le aveva assegnato quel ruolo, alla morte provocata dalle bombe. E qui prova a ritrovare se stessa dopo aver sempre vissuto, come dice a un certo punto, in una fossa nella quale è stata rinchiusa fin da bambina».

Il suo percorso personale riflette anche la storia di un cambiamento collettivo?

«Le bombe, moderna tecnologia di distruzione, segnano un momento di passaggio. Quella tragedia è paradossalmente il modo traumatico con il quale la modernità arrivò in molte zone dell'isola perché tutta quella distruzione portò un cambiamento profondo».

Per questo ha scelto come ambientazione storica quel periodo?

«La scelta è prima di tutto un omaggio alla città. Ed è una sorta di tributo che pago a mia madre che con i miei nonni mi ha sempre parlato tanto dell'esperienza durante la guerra. Quindi già dal primo soggetto l'idea era portare il racconto nella città ferita».

Oltre a questi raccontiche fonti storiche ha utilizzato?

«Alcuni personaggi sono legati a vicende che hanno una fonte di verità. Durante la guerra per esempio un medico, mentre molti scappavano, rimase in città per prendersi cura delle meravigliose cere anatomiche del Susini, per salvare la bellezza. Un personaggio che nel nostro film c'è: uno straniero che vive a Cagliari al quale abbiamo associato anche la storia di Marino Cao, cineamatore che nel 1943 filmò l'uscita di Sant'Efisio in mezzo alla città bombardata. Poi c'è anche un'artista che è stata modellata pensando alle sorelle Coroneo che erano a Cagliari durante i bombardamenti».

Quanta è stata impegnativa la ricostruzione storica dal punto di vista scenografico?

«In città ci sono state delle difficoltà, ma ho potuto lavorare con collaboratori straordinari: da Stefania Grilli per i costumi, ai quali ha dato un contributo anche Antonio Marras, a Marco Dentici che è uno scenografo fantastico, che ha lavorato spesso con Bellocchio. Tutto il reparto tecnico e artistico ha sposato molto bene la mia idea di una Sardegna lontana dai colori classici: volevo un'isola pittorica, fiamminga. Un modo anche per cercare di sfuggire dai rischi spesso insiti nei nostri racconti di un'identità che più che aiutare ci soffoca. Credo a identità plurali».

La parte riguardante il paese di Annetta, prima che si sposti a Cagliari, invece dove l'avete girata?

«Il villaggio di Annetta non ha un nome, ma abbiamo girato a Collinas, che si è rivelato sfondo

perfetto per la storia. Grazie anche alla disponibilità di tutti, dal sindaco alle comparse che son tutte del paese. La presenza sarda in questo film è forte, c'è un gruppo di attori isolani e anche una parte della troupe è sarda. Nell'isola ci sono maestranze di grande professionalità».

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