«La mia Maria di Isili, una donna che segue la legge del desiderio»

Cristian Mannu parla del suo libro che ha vinto il “Calvino” Storia di una famiglia sullo sfondo di una Sardegna arcaica

di Giacomo Mameli

Esce nelle librerie il romanzo “Maria di Isili” (Giunti, 160 pagine, euro 14), opera prima di Cristian Mannu, vincitore dell’ ultima edizione del premio “Italo Calvino”. Bancario di 39 anni, Mannu è nato a Cagliari, è sposato con Francesca Giordano conosciuta fra i banchi del liceo Siotto, ha tre figli (l’ultimo, Leonardo, compie un anno in contemporanea con l’uscita del libro del padre). Elementari tra Perdasdefogu (dove il padre lavorava al Poligono interforze) e Cagliari (dove risiede e lavora), scuole medie alla “Alagon” del quartiere di San Michele, a Mannu manca solo la tesi (in Filologia) per la laurea in Lettere. La prima presentazione del suo libro è stata a Isili con “Entula” sabato 23 aprile. Il tour è poi proseguito a Cagliari venerdì 29 aprile e a Sassari ieri sera. Per domani ultimo appuntamento alla biblioteca “Daniele Lai” di Perdasdefogu.

«“Maria di Isili” narra di "una famiglia con una storia difficile, quasi da vergognarsi, come spesso noi sardi tendiamo a fare col nostro passato. Invece no, non dobbiamo aver paura né rinnegare ciò che è stato, oggi siamo i figli di ieri, occorre conoscenza e consapevolezza anche degli errori per poter costruire il futuro», dice Cristian Mannu.

Un libro moderno, da Sardegna 2.0 con tanta identità e idealità. Il titolo, “Maria di Isili” porta a “Maria di Nazareth”.

«Maria è la donna per eccellenza. Una donna con la sua forza e le sue umane fragilità. Forse ho creato la sintesi di tutte le donne della mia vita, da mia madre a mia moglie, da mia sorella alle mie amiche e le mie insegnanti. Nel libro ci sono passi che evocano la Bibbia, c’è anche una Maria concepita nel cieco silenzio di un amplesso veloce e non senza peccato. Si va verso donne ideali ma vere, come lo sono state Grazia Deledda e Maria Giacobbe che scrivono in prosa ma sono poetesse, verso le trame e le fate di Maria Lai, gli arazzi di Dolores Ghiani, ma anche i fili di lana e rame, i pennini e gli ossi di seppia di Tiziana Contu. Un mondo femminile tutto sardo, made in Cagliari e Sarcidano, fra letteratura e il saper fare delle mani. Per non parlare delle insegnanti di italiano Donatella Lissia e Paola Pisano di latino e greco. La donna ha sempre creato e insegnato la vita. Lo ha fatto e lo fa la donna sarda. È nelle cose. Maria di Isili – ardente e sognatrice – vuol essere forse un altare alla sacralità della figura femminile non solo nella famiglia ma nella società in genere».

Pagina dopo pagina si svela una Sardegna amata, dove il vento che sferza le pietre profuma di avena selvatica e di rosmarino.

«La mia è anche una Sardegna arcaica, ci sono i gitani e i ramai che a Isili avevano la loro Atene dell’artigianato, ci sono le levatrici e le accabadore, figli burdi, e ci sono fatti di sangue e indicibili segreti».

Con assessori che rubano per possedere villette lungo costa.

«C’è storia e cronaca, c’è la Sardegna che va verso lo spopolamento, la ragazza che rientra da Milano e vuol vivere fra i campi in un’economia sostenibile, senza trivelle e senza ciminiere inquinanti. Racconto paesi – non solo Isili – dove i bambini giocano per strada, vedo le periferia urbane che degradano. A San Michele di Cagliari chiudono le scuole e costruiscono case, eppure ce ne sono vuote a migliaia, alla crisi si risponde con catrame e cemento, le periferie sono ghetti dove fatichi a trovare un po’ di umanità. I bambini di Is Mirrionis non hanno attorno la dolcezza di un paesaggio innocente, come le strade dei paesi di quando ero bambino. Ma sono fiducioso. Vedo intorno a me tanti giovani che hanno voglia di cambiare le cose. Spero che questo libro accenda i riflettori sia sui paesi che muoiono che sulle periferie urbane. Per far rinascere davvero la Sardegna. Ne ha un disperato bisogno».

Lei fa un uso tanto frequente quanto sapiente del sardo campidanese tra “su dimoniu” e “gentixedda”, tra “mischinedda” e limperante “ched'era-ched'è”. Usa il corsivo. Una scelta grafica sua o dell’editore?

«Una scelta mia perché ho voluto utilizzare un linguaggio colloquiale, quello semplice, popolare di Cagliari, ma anche dei tanti paesi citati nell'opera. Trascrivo il parlato dei protagonisti, di Antonio Lorrai e zia Borica, di Michele e Teresina. I quali si muovono nei loro ambienti. Ci sono anche i ricchi di Cagliari che si spartiscono il Poetto, con i poveri che migrano come una colonia di rondini nere. Mentre a San Michele le case cadono sempre a pezzi e si tira avanti tra fogne e merdone».

Personaggi veri e reali. Si muovono nel vento che – lei scrive – dà schiaffi sull’altipiano di Nurri. Sembra la pioggia ad aghi gelati di Peppino Fiori descritta nelle pagine di “Baroni in laguna”. Con le sue frasi lei dipinge l’avena che a maggio ondeggia alta e verde.

«Lavoro in una finanziaria e mi rendo conto di quanta economia reale ci sia bisogno per creare il lavoro che non c’è. Di quanto la Sardegna debba produrre, usando mani e cervello. Mi piace sognare anche una Sardegna non devastata nelle coste e nelle campagne, la vorrei pulita e non inquinata, la vorrei ricca con la bellezza del suo ambiente. Per questo parlo di alberi e radici anche storte da far trovare ai miei figli. Siamo in una lunga notte, ma io credo che il sole stia per sorgere di nuovo».

Quando ha cominciato a scrivere? Qual è stata la scintilla?

«Ho iniziato nel 2012 dopo aver assistito alla presentazione di un libro con Francesco Abate e Michela Murgia che è stata la mia fata madrina, lei c'era quando tutto è iniziato e c'era anche il giorno in cui tutto è diventato

magia».

Confessa di aver voluto portare la poesia nella prosa.

«Volevo dare ritmo alle parole, alla parlata popolare. Un mio amico che adora Cesare Pavese, facendomi un grande complimento, ha paragonato alcuni passi dell'opera alla metrica accentuativa di “Lavorare stanca”».

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