Il rituale dell’addio di Fabre

Giovedì scorso a Cagliari il visionario lavoro sul rapporto genitore-figlio

CAGLIARI. Attraverso la voce e il corpo danzante di Cèdric Charron il grande coreografo belga Jan Fabre, uno degli artisti più originali e affascinanti degli ultimi decenni nel campo dell’arte scenica e dell’arte visiva, mette in scena un rituale d’addio di un figlio al padre, un viscerale appello che ferma il tempo nel momento indefinito dell’attesa. “Attends, attends, attends...(pour mon père)”, andato in scena giovedì scorso all’ Auditorium del Conservatorio per l’organizzazione dell'associazione Expopteatro, è un doloroso grido di richiamo, la creazione di uno spazio di profonda intimità, di un percorso di dialogo e confessione con il genitore e con sé stesso in cui il coreografo belga traccia anche un compendio delle linee guida del proprio lavoro, in cui attesa e dubbio creano una sospensione fertile per l’osservazione e la ricerca.

Giocando sulla traduzione del cognome del protagonista Charron/Caronte, la visionaria performance, coniugando danza e recitazione, si apre e chiude sulla figura vestita di rosso che con una lunga pertica naviga in un mare di nebbia e vapore, attraversando in palcoscenico e la distanza tra sé e il padre in sette rabbiose, poetiche, solenni tappe. Come il traghettatore dantesco Charron/Caronte conduce anche il pubblico in questa discesa agli inferi, alla radice di un rapporto padre-figlio che muta nel corso della vita, che si svolge e riavvolge tra ribellioni e momenti di autodistruzione, per essere mostrata così come appare sotto lo sguardo del padre, sguardo, malgrado tutto, sempre presente.

Sette tappe per rimandare l’addio definitivo – o per poterlo accettare – ed ogni volta c’è un obolo, una moneta d’argento che simbolicamente si posa - sulla fronte, sugli occhi e così via – non per essere trasportati ma per ottenere ancora un attimo d’attesa, recuperando il non detto, il rimosso, alleggerendo il peso dei troppi silenzi.

Ogni volta il richiamo si fa più intenso, e più necessario il “canto del desiderio”, più inevitabile il passaggio all’altra sponda del tempo. Parla al proprio padre e a sé stesso Charron, parla al padre artistico Fabre e anche in suo nome. Straordinario protagonista di questo potente assolo, da vero “guerriero di bellezza” - come Fabre chiama i suoi danzatori di Troubleyn, la compagnia che ha fondato nel 1986 da ad Anversa - Charron lavora in scena in una ricerca continua dentro la musica incalzante e ipnotica di Tom Tiest. Ruggisce, ansima, getta il corpo in slanci e cadute, lo scompone in movimenti astratti o lo immerge in squassanti emozioni, disegna immagini brandendo la pertica come per trafiggersi o dimostrare potenza sessuale, per appendervi le

braccia in un’immagine da salita sul Golgota, oppure concentra l’energia nella parola, agguantando i microfoni che diradano la nebbia in momenti di chiarezza, in cui si placa il tormento e la visione diventa nitida, il non detto si può esprimere e diventare finalmente accettazione reciproca.

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