L’arte di Bonaria Manca dai nuraghi alla terra etrusca

La pittrice e poetessa di Orune a 91 anni continua a stupire ed emozionare Ha lasciato presto il paese e non giudica: «Ho preso quello che mi hanno dato»

Vittorio Sgarbi, che di Arte s'intende, ha scritto che «può essere avvicinato a Bonaria Manca solo chi ha il cuore e il volto di Giotto». Daniela Rosi, scenografa, la paragona a Wassily Kandisnky. Jean Maria Drot, regista, direttore di Villa Medici, l'aveva definita «mistica, cugina imprevista di Marc Chagall». Bonaria Manca - 91 anni - è figlia fra le più nobili della Sardegna dove è nata - Orune, rione Monzeddu - il 10 luglio 1925. Uno degli anni più bui dell'Italia fascista. "Ero la dodicesima di tredici figli di babbo Paolo e mamma Speranza Cossu". Un cognome, Cossu, coinvolto nella faida Manca-Moni, una delle tante. Una rissa dopo il Capodanno 1948, l'anno dell'Autonomia sarda. Poi scontri tribali, altri morti ammazzati nel clan "Sos de Paule Vacca".

Bonaria parla in poesia, sembra aver visto la luce sotto una rupe dell'Olimpo. “Gobbedda ignorante/ ha ucciso il mio gigante/ ha decimato la mia famiglia/ Venne la disgrazia/ Al posto di uccidere/ il gigante Gobossu/ ha ucciso Antonio Cossu”. È l'Esodo. I Manca lasciano gli altipiani caldi del Carmelo, salpano da Arbatax ad Ancedonia su un veliero carico di greggi e robe. Terra Promessa è l'Etruria. “Prima partirono due miei fratelli e anche il cavallo si mise a piangere, nel nuraghe”. Altri orunesi - per sfuggire a raffiche di fucili e P38 - scelgono la Maremma, le colline dell'Arno e del Tevere, il Montefeltro. Orune si spopola e vive di vendette. Al di là di Sa Janna Bassa pascoli e affari, serenità bucolica, civiltà. E Arte.

Bonaria diventerà pastora come i fratelli, «mungendo parlavo alle caprette». È bella e minuta, elegante e vestita di rosso nella sua casa di Tuscania, terra di storia e magia come quella dei nuraghi. Casa pinacoteca. Inizia a dipingere a cinquant'anni dopo un matrimonio che salta. «Non avevo più mamma né mio fratello. Sapevo ricamare quindi avrei potuto anche dipingere. Vado in un negozio e compro colori, pennelli e tele in quantità industriale». Dipinge tutta la casa, pareti e soffitti, ingresso e casolare. «La prima parete è nata d'inverno, non avevo tele, ho iniziato sui muri. Nel soffitto ho dipinto il mondo che gira. Quando sono morti mamma e mio fratello li ho dipinti su parete. E mi fanno sempre compagnia». Quanti quadri? «Mille, tremila. Molti li ho regalati».

Lasciando Orune, Bonaria evita di sentire tragici concerti ritmati “Coro meu” e i rintocchi delle campane a morto, si allontana da una gabbia che ha racchiuso cronache da società primitiva. Non ha visto una mater addolorata, Domenicangela Senes, fulminata nella piazza del Comune perché andava al bar a riprendersi il figlio. Non ha visto Giovanni Gattu, bimbo dagli occhi blu, massacrato in un prato di primule fra i sugheri di Janna 'e littu. A Sa Lada erano stati uccisi nel 1951 due fratelli di 17 e di 28 anni. Tre delitti nel 1954, quattro nel '65, cinque nel '69 quando cadono Basile, Meloni, Tolu, Farina. Non vive in diretta la morte di Giovanni Pittalis noto Bandiera sindacalista Cgil che si opponeva ai falsi in atto pubblico. Cinquina di croci nel 1972, ripetute nell'84, anche nell'86. L'89 è calvario di sei funerali: cadono tre fratelli Coccone, Nicola Ciriaco e Gino nipoti dell'ex latitante Carmelino che mandava lettere rispettose ai cronisti che raccontavano - a cuore stretto - quelle stragi. Nel 1990 i funerali per morte violenta sono addirittura sette con i Chessa padre e figlio, Busia, Carta, Moreddu, Giuseppina Sanna Pirrolu. Bonaria non ha pianto sotto la stella di Natale quando, sul balcone di casa, viene ucciso a fucilate un angelo di nome Maria Teresa Moni.

In questo uragano c'è anche il rifiuto delle faide. La scuola propone il teatro fra i banchi, alunni attori non bambini alcolisti. Si forma la Compagnia “Antonio Pigliaru” che, con Pina Campana, Teresa Davoli e Arcangelo Cossu vogliono esorcizzare la vendetta sul palcoscenico. Sono coraggiose, capaci di stare fra le quinte, pedagogiste e sociologhe anche vivendo drammi rinnovati. Il teatro itinerante notturno per le vie del paese diventa salvifico. Dalle tenebre emerge una ragazza, dolcissima come una rosa, Pina Paola Monni che spezza l'omertà maschile, fa nomi e cognomi di chi ha assassinato in un bar il fidanzato e l'amico. Pina Paola, con Eva Cannas di Mamoiada alla quale avevano fulminato due fratelli, diventano le stelle della Sardegna nuova che reagisce con un femminismo vissuto e combattuto, concreto, costi quel che costi.

In questa voglia di riscatto fra Sa Janna Bassa a Marreri va inserita la cometa di Bonaria Manca. Che ha ancora casa a Orune, a Cadone, e non emette sentenze: «Non ho mai criticato nessuno, quello che mi hanno dato ho preso, la mia vita è questo». È fatalismo ponderato, come non volesse infierire su un villaggio più abituato al Dies irae che alle fiabe. L' interprete sarda di Giotto nei decenni 2.0 ha costruito il riscatto. Con Bonaria Orune è Arte, con Bonaria Orune è Pittura, Poesia, Elegia, Mosaico di pietre raccolte per strada. Con Bonaria Orune è Etica. I suoi muri con case e caprette, crocifissi e fiori, coppie di sardi in costume, con le chiese e le colline di Tuscania, con quell'Olìana che fa diventare Cervino o Himalaya la punta di Corrasi, i carretti e le fate, quei ritratti di pastore e di volti Màia, anche con le scene di un incendio doloso a Tuscania ("protesto raffigurandomi mentre spengo il fuoco"), consegnano una donna sardo-etrusca all'arte contemporanea. È un bene che la Sardegna prima di tutti ma anche l'Unesco dovrebbe proteggere. Questa casa, in fondo alla valle del rio Marta, nel verde di colline raffaellesche,

deve restare il Museo che è. Nel nome di Bonaria che dalle pietre di pozzi nuragici ha interpretato oltreTirreno l'universalità dell'arte. Sa bene di essere avanti negli anni: “Partirò per posti lontani/ Mi riposerò alla sorgente di Tuscia”. Fonte sacra come Su Tempiesu dov'era nata.

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