L’esordio col botto di Gesuino Nemus: a Matteo Locci, 58 anni, di Jerzu, il Campiello “Opera Prima”

“La teologia del cinghiale" è anche finalista al Premio Bancarella dopo aver vinto il premio Selezione Bancarella.

SASSARI. Ha fatto centro al primo colpo con un romanzo che aveva scritto, aggiornato e tenuto nel cassetto per 47 lunghi anni. Quando ha deciso di pubblicarlo ha fatto saltare il banco: “La teologia del cinghiale» di Gesuino Nemus (Editrice Elliot) è il vincitore del premio “Opera prima” della 54/a edizione del Premio Campiello assegnato ieri ed è anche finalista al Premio Bancarella dopo aver vinto il premio Selezione Bancarella.

Gesuino Nemus è uno scrittore esordiente di 58 anni e in realtà si chiama Mattelo Locci, emigrante di Jerzu che nella sua esistenza ha fatto davvero tutto: «Ventotto lavori, dal contadino all’attore all’operaio all’editor per le case editrici – racconta ancora incredulo al telefono dalla sua abitazione di Milano –. Poi è successo che a 55 anni mi sono trovato a piedi, fuori dal mercato del lavoro e mi sono chiesto: cosa so fare? So scrivere, ho questo dono, ho scritto per anni tante cose firmate da altri. E allora ho capito che era il momento di far venire alla luce quel romanzo». Nelle motivazioni la giuria del Campiello, presieduta da Ernesto Galli dalla Loggia, parla di un «sorprendente esordio», una «voce ricca di affabulazione di un romanzo saporosamente antropologico in una ambientazione subito presentata come poco normale così come tutti i personaggi» e di «orchestrazione davvero sapente che approda a un finale insospettato e inatteso». Qualcosa di speciale deve avercela davvero, visto che «sono stato preso subito dalla Elliot – aggiunge Locci – e qualche giorno dopo aver firmato il contratto ho ricevuto una serie di chiamate dalle altre case editrici che mi proponevano a loro volta di firmare. Tra l’altro la mia editor ha scoperto il mio vero nome solo al momento della firma del contratto, ero rimasto molto riservato, non sono mai stato uno che si infila dove non lo invitano. E pur usando internet, non ho profili sui social network. Principalmente perché per stargli dietro ci vuole un casino di tempo».

Gesuino Nemus in realtà non è uno pseudonimo ma un eteronimo: «Un vezzo che mi concedo, come faceva Pessoa – spiega –, ho fatto firmare il libro al personaggio principale, poteva essere anche un Fabrizio Cossu. Il prossimo libro, che uscirà tra qualche settimana e si intitolerà “I bambini sardi non piangono mai” sarà ancora di Gesuino Nemus, in futuro chissà». “La teologia del cinghiale” è un giallo che parte dalla fine degli anni Sessanta e arriva fino ai giorni scorsi, ambientata nei Tacchi d’Ogliastra, con due bambini coinvolti nella misteriosa morte di due uomini. Tutto nei luoghi dove Locci è nato e che ha dovuto ben presto abbandonare ma che ritrova ogni anno: «Ero il maggiore di sei fratelli in una famiglia con pochi mezzi – dice ancora –, ho capito che per andare avanti serviva un lavoro. Mi sono fatto il mazzo non mi sento un eroe, ho fatto quello che fa il novanta per cento degli italiani. Torno sempre a Jerzu, ci sono ancora mia madre e le mie sorelle, ho ancora la casetta dove viveva mia nonna. In campagna, qualche chilometro fuori dal paese. Fosse per me vivrei sempre lì, adesso con tutti questi nuovi impegni se ne riparlerà a settembre».

Ieri la giuria ha anche scelto la cinquina dei finalisti e sono state necessarie nove votazioni, con un ballottaggio finale: il primo nome ad essere indicato è stato quello di Elisabetta Rasy con «Le regole del fuoco». Poi Simona

Vinci con «Le prime verità» (Einaudi), Alessandro Bertante con «Gli ultimi ragazzi del secolo» (Giunti) e Luca Doninelli con «Le cose semplici» (Bompiani). Infine, alla nona votazione, in ballottaggio con Filippo Tuena è arrivata anche la scelta di Andrea Tarabbia con «Il giardino delle mosche»

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