«Bullizzati sino alla morte» Giovanni Coda racconta l’atroce violenza dell’omofobia

Il regista: «Casi spaventosi raccolti in tutto il mondo, dagli Usa all’Italia e alla Siria» Le vittime sono ragazze e ragazzi presi di mira solo perché omosessuali dichiarati

di Fabio Canessa

Nel settembre del 2011 Jamey Rodemeyer, un quattordicenne americano, si suicida dopo i ripetuti atti di bullismo cui è stato sottoposto in seguito al suo coming out, a scuola e sul web. Prende spunto da questo caso il nuovo film di Giovanni Coda, “Bullied to Death”. Letteralmente bullizzato a morte. Come Jamey e come tanti altri ragazzi in diverse parti del mondo.

Il regista cagliaritano sceglie di raccontare alcune di queste storie, di giovani gay, lesbiche e trans uccisi o indotti al suicidio. Lo fa con il suo cinema particolare, basato uno stile fotografico e performativo, e uno spunto narrativo che porta lo spettatore nel futuro: nel 2071, durante la giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, un gruppo di artisti si ritrova unito in una performance commemorativa che attraversa l’arco dell’intera giornata. Il film arriva dopo la giusta attenzione riservata al primo lungometraggio di Coda, “Il rosa nudo”, ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato in un campo di concentramento poiché schedato come omosessuale, e si configura come il secondo capitolo di una trilogia sulla violenza di genere che sarà completata da un terzo film sul femminicidio. «Che ho già iniziato a scrivere – spiega il regista – ma realizzeremo ovviamente più avanti, adesso siamo impegnati nella promozione di “Bullied to Death”. Dopo la presentazione in anteprima nazionale al festival Tglff di Torino il 7 maggio, e quella a Cagliari nei giorni scorsi, il film avrà in estate la première internazionale al Melbourne Documentary Film Festival, in Australia, e subito dopo sarà anche negli Stati Uniti, al Macon Film Festival che si tiene in Georgia».

Rispetto a “Il rosa nudo” c’è stato un maggiore lavoro di scrittura per questo film?

«Quello che si racconta è sempre frutto della documentazione. Ma dietro c’è anche un intervento mio, di sceneggiatura, che si aggiunge alle notizie riportate dei sei casi che abbiamo preso in considerazione».

Quanti i casi presi in esame prima della scelta?

«Molti. Però bisogna sottolineare che non c’è tanta documentazione in rapporto ai casi reali di attacchi omofobi che sbocciano nell’omicidio o nel suicidio. Ci sono tantissimi casi, ma la documentazione è sempre ridotta. Spesso vengono insabbiati, si fanno passare per altro. Si parla in generale di suicidi per motivi personali, ma difficilmente vengono classificati come conseguenze di bullismo omofobico».

E come sono state selezionate le storie che vengono raccontate?

«Sono casi tipici legati a chiari attacchi di bullismo e omofobia. Le vittime sono tutti ragazzi che sono stati presi di mira solo per aver fatto coming out, perché gay dichiarati».

Bullismo scolastico, ma non solo. Anche domestico.

«Sì. Parliamo per esempio di Joshua Alcorn che è stato bullizzato in casa, fondamentalmente. La famiglia lo ha segretato, tenuto lontano dalla società, non lo ha riconosciuto come transgender. E alla fine si è suicidato».

Oltre a maltrattamenti psicologici alcuni casi mostrano poi una violenza fisica davvero spaventosa.

«Uno dei casi più emblematici è quello che riguarda lo studente americano Matthew Shepard. Risale al 1998 e aveva destato molto scalpore: torturato, lasciato diciotto ore legato a una staccionata, ucciso solo perché omosessuale. Tra i casi più cruenti insieme a quello di una ragazza sudafricana violentata in gruppo, con uno scopino del bagno».

Episodi che arrivano da diversi Paesi. C'era la volontà di sottolineare così che il problema riguarda tutto il mondo?

«Sì, raccontiamo casi successi anche in Italia, Russia, Siria. I morti si distinguono in fondo soltanto per l’atrocità del delitto in sé, per la metodologia. I siriani per esempio vengono buttati giù dai tetti delle case e lapidati se non muoiono subito».

Il tutto raccontato, dal punto di vista visivo, con uno stile particolare.

«È un film che vuole essere molto sensoriale, evocativo. Rispetto a “Il rosa nudo” è ancora più fotografico, la camera non fa quasi un movimento. Davanti all’obiettivo ci sono gli attori con le loro performance e materiali che sono banalissimi, ma servono a comunicare qualcosa. Per esempio un telo di plastica che sembra coprire un po’ tutto a rappresentare la società che tende a coprire certe cose, a non approfondire mai oltre una certa soglia un argomento per poterlo poi sviscerare e infilare in un discorso di prevenzione. La prevenzione scolastica, familiare, sociale diventa fondamentale. È la mancanza di questa prevenzione a portare alla morte tanti ragazzi».

Ma agli interpreti cosa chiede sul set, come li dirige?

«Sono abbastanza complice dei performer, degli attori. Si fidano molto di me, di quello che gli dico. Recito con loro fondamentalmente, spiego loro cosa fare, poi c’è quel tanto di improvvisazione che a me interessa in un attore venga sempre lasciata. L’importante è il rapporto di fiducia».

Fa molte prove per raggiungere questo risultato?

«In realtà non proviamo. Spiego quello che mi serve e loro interpretano, in genere non conoscono nemmeno i testi che verranno applicati a queste immagini. Quello che mi interessa è un cinema legato alle sensazioni, io chiedo loro di evocare una situazione e gli attori danno davvero il massimo di loro stessi perché non sono vincolati da un ordine preciso. Li ringrazio di cuore per il loro lavoro, in particolare Assunta Pittaluga. E insieme a lei Tendal Mann, Sheri Mann Stewart, Sergio Anrò, Gianni Dettori e tutti gli altri che hanno partecipato».

Il film è girato a Cagliari, e nei suoi dintorni, ma in

luoghi abbastanza particolari. Come ha scelto le location?

«Mi servivano ambienti che potessero dare la sensazione dell’abbandono, della desolazione. Per trasmettere il senso della solitudine in cui sono stati immersi questi ragazzi fino alla loro morte».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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