La Nuova Sardegna

Le carte liberate, storia delle Colonie penali

di Paolo Curreli
Le carte liberate, storia delle Colonie penali

La vita dura nella Cayenna del Mediterraneo in un libro di Gazale e Tedde realizzato anche grazie al lavoro dei detenuti

14 giugno 2016
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SASSARI. Un viaggio nella Cayenna del Mediterraneo: la Sardegna e le sue colonie penali luogo di detenzione durissimo ma anche un progetto illuminato di redenzione attraverso il lavoro. “Le carte liberate. Viaggio negli archivi e nei luoghi delle colonie penali della Sardegna” di Vittorio Gazale e Stefano A. Tedde (Carlo Delfino editore). Con le sue 380 pagine in grande formato e le centinaia di foto storiche è davvero un’opera monumentale su strutture che sono sempre rimaste avvolte dal mistero che ogni muro di carcere (anche quelli all’aperto delle colonie agricole) custodisce. «Queste carte sono state liberate all’interno del progetto che ha visto coinvolti diversi detenuti» spiega Vittorio Gazzale, naturalista ora responsabile dell’Area marina protetta del Parco nazionale dell’Asinara, che è stato per sei anni direttore del parco naturale di Porto Conte, ex colonia penale, di Tramariglio.

«Un progetto basato proprio su quella idea di recupero sociale che si raggiunge attraverso il lavoro. Idea che ha animato spesso tanti direttori illuminati che si sono succeduti nella gestione delle colonie penali sarde – prosegue Gazale –. Il lavoro agricolo rappresentava un modo di espiazione dalle colpe ma anche la maniera di ricostruire la propria autostima. Così i detenuti di oggi, con cui abbiamo lavorato, hanno seguito corsi di archiviazione e hanno ottenuto la patente europea per l’informatica. Hanno visto in questo lavoro l’occasione che nella vita gli era stata sempre negata. La mattina negli scantinati di San Sebastiano e Buoncammino a recuperare e riordinare documenti e la sera il rientro nel carcere. Utile proprio la loro esperienza carceraria per comprendere il linguaggio di divieti, censure e concessioni di cui è fatta la vita dei detenuti».

In Sardegna le colonie penali nascono alla fine dell’Ottocento con l’obiettivo di bonificare e rendere produttivi terreni marginali, isolati, generalmente paludosi e infestati dalla malaria. Ad oggi sono otto le esperienze che possono essere analizzate e raccontate: i due pionieristici esperimenti di San Bartolomeo e Cuguttu, poderi di modesta estensione annessi rispettivamente al bagno penale di Cagliari e di Alghero; le tre colonie dismesse di Castiadas, Tramariglio e Asinara e quelle ancora attive di Isili, Mamone e Is Arenas. Nonostante l’importanza nel territorio e la superficie occupata, poco si conosce sulla loro organizzazione, sulla complessità della gestione, sul lavoro di redenzione, sui delicati rapporti umani tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria, sul ruolo del direttore, del cappellano e dell’agronomo. «I luoghi di detenzione per la loro natura sono sfuggiti al cemento e a ognuno di loro coincide con un’area protetta – sostiene Gazale – . Un’opportunità per il turismo ambientale e storico viene anche dalle strutture architettoniche che andrebbero opportunamente valorizzate».

Nelle “carte liberate” non solo burocrazia ma anche tante storie umane che vengono svelate dalle schede personali e dalle lettere che venivano censurate. Vicende di dolore e affetti negati. Tra le tante il manoscritto “Perché sparai alla mia amante” di Marcello Perucci che durante la detenzione scrisse un diario sulla sua tragica storia d’amore. Queste e altre parole sono diventate materiale da cui il cantautore Piero Marras ha tratto delle canzoni che saranno presto protagoniste di un suo album.

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