«La mia vita, tra immaginazione e realtà»

Un’edizione rinnovata del “Viaggiatore distante” di Otto Gabos: gli Usa, Cagliari e Gavoi nella storia del fumettista sardo

di Fabio Canessa

SASSARI

Il romanzo di una vita. Non esita a definirlo così Otto Gabos. Non solo per la lunga gestazione (ha iniziato a lavorarci 15 anni fa), ma perché il protagonista è proprio lui. “Il viaggiatore distante” mescola finzione a ricordi e riflessioni molto personali in un’autofiction che rappresenta probabilmente il capolavoro del fumettista cagliaritano. Il racconto si concentra su Romeo, dietro il quale si nasconde appunto lo stesso autore, che decide con Diana di trasferirsi nella East Coast degli Stati Uniti dove lei è nata e dove vorrebbero nascesse loro figlio. Cresciuto con un mito dell’America fondato sul cinema, la musica e i fumetti, Romeo esplora White Plains, cittadina di provincia in cui soggiorna, e New York, patria del suo complesso immaginario, mentre fa i conti con l’ansia dell’imminente paternità. Già uscita ormai un po’ di anni in due albi, la stessa storia torna adesso con una versione del tutto rinnovata in un volume pubblicato da Coconino Press-Fandango (176 pagine, 18 euro). «Ho tolto delle parti, ne ho aggiunto altre, l’ho modificato all’interno, ho riscritto i testi» spiega Otto Gabos.

Insomma è diventato un altro libro?

«Sì, le modifiche sono diverse e importanti. Per esempio nella prima edizione il protagonista era un traduttore. Invece questa volta ho gettato la maschera, fa fumetti. Già questo è un cambiamento sostanziale. Trasforma il punto di vista, le percezioni. Inoltre ho aggiunto dei capitoli inediti».

Quanto è stato sofferto questo lavoro di revisione?

«È sicuramente il libro che mi ha fatto più penare. La gestazione lunghissima, le interruzioni, le remore. Già prima di fare l’altra versione avevo tergiversato parecchio, cambiato e rivisto diverse cose. E tornare a lavorarci è stato ancora più sofferto. Per diverse problematiche: c’era il fatto di essere un racconto molto personale, perché sono andato a toccare delle corde con cui temevo di confrontarmi, e di rapportarmi con il me stesso di qualche anno fa. Che disegnava anche in maniera diversa. Inoltre nel progetto iniziale volevo finirlo in quattro volumetti, poi la cosa è diventata molto più impegnativa. Per completare lo story arc iniziato ci sarà un altro volume come questo. Porterò avanti i diversi fili, dall’aspetto più autobiografico alla parte più di mistery che ho evocato in alcune pagine inserendo la storia della morte poco chiara del personaggio di un architetto che avrebbe voluto costruire una gigantesca ruota panoramica a Coney Island».

Che metodo ha seguito nella riscrittura?

«Il metodo del viaggiatore distante è quello che cammini, osservi, incameri. Poi dopo, quando vai a scrivere, vengono fuori anche cose che avevi deciso di non mettere, quando meno te l’aspetti. Son cose che mi piacciono molto, non le controlli, ne devi prendere atto, e come se le facesse un altro. Una serie di atteggiamenti di modalità di scrittura vanno a sovrapporsi, incatenarsi. Ci si trasforma in personaggio a tutti gli effetti. Una scissione straniante, ma anche interessante».

Che ruolo gioca, nel far riaffiorare i ricordi, la musica che è ben presente nel libro?

«Un ruolo molto importante. È una continua colonna sonora, un certo momento è segnato da precise musiche. Qui ho citato soprattutto David Bowie. Ma non c’è solo lui, io lavoro con la musica».

E dove lo ha disegnato principalmente, negli Stati Uniti o in Italia?

«Le cose nuove in gran parte a Bologna, dove vivo. Ma anche negli Stati Uniti, dove sono tornato perché avevo bisogno di ritrovare dei riferimenti. L’ho iniziato e finito lì, ma ci ho lavorato davvero in tanti luoghi».

Anche in Sardegna?

«Sì, per esempio a Gavoi durante l’ultimo festival letterario. E poi a Cagliari, dove sono nato e cresciuto».

Cagliari che viene anche ricordata all’interno del libro.

«Una piccola parte riguardante un circo, dove andai con mio padre quando ero un bambino. Diventa nel fumetto un momento fantastico e avrà un legame con lo sviluppo che ci sarà più avanti, nel secondo volume».

A proposito di padre. Il fulcro del racconto è l’attesa della sua paternità.

«Nasce da questo l’idea di fare il libro, dall’ansia della paternità. Gli incubi che racconto sono veri, non li ho inventati. Sembra la parte più fiction è invece è quella più autobiografica in assoluto. Era talmente forte questa cosa, chissà come sarà essere padre, avere dei figli, che mi ha tormentato. Nessuno è preparato a diventare padre».

E suo figlio ora ha già l’età per leggere questo romanzo disegnato?

«Adesso è in quarta ginnasio e ha l’età giusta, lo sta leggendo. Poi ne parleremo. Mentre ci lavoravo erano tutti fogli sparsi e si faceva fatica a comporre il tutto».

Ma come ha lavorato sui ricordi?

«Prendo sempre molti appunti, osservo con attenzione le persone. Senza lavorare su base fotografica. Attingendo dalla memoria sento i personaggi più vivi».

E per gli ambienti?

«In quel caso sì, tante fotografie. Però per la messa in scena dei personaggi no. Li guardo, li studio e poi cerco di andare a memoria e istinto. Così li sento miei».

Disegnare se stesso com’è stato?

«Un dramma. Devi capire tante cose, la tua andatura, i movimenti, come sei visto da dietro. È una scoperta, a volte non piacevole. Come sentire la propria voce registrata che non piace a nessuno. O rivedersi in foto quando si notano

sempre i difetti. Ho applicato il metodo Orson Welles che quando andava in scena si metteva spesso il naso finto. Qua mi sono disegnato un naso diverso dal mio, più buffo, che ha creato la giusta distanza fra quello che sono e quello che dovevo essere in scena. E mi ha aiutato parecchio».

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