Misuraca, vita e opere dell’architetto fascista che ridisegnò Sassari

Protagonista negli anni Trenta morì in carcere a Oristano Suoi gli edifici di Porcellana, Villa Rau e Palazzo Novecento. Un libro di Mario Pintus fa uscire dall’oblio l’autore finora sconosciuto della grande rivoluzione urbanistica degli anni Trenta

SASSARI. Il suo nome è resuscitato dall’oblio in maniera quasi rocambolesca, uscendo da una incomprensibile “damnatio memoriae” che per settant’anni ha nascosto ai sassaresi uno dei principali autori della rivoluzione urbanistica e architettonica degli anni Trenta e Quaranta. Angelo Misuraca si ripresenta oggi nel libro “L’architetto in camicia nera” , scritto da Mario Pintus, con saggi introduttivi del giornalista Cosimo Filigheddu e dell’architetto Sandro Roggio, edito dalla Edes Sassari.

Un volume che getta una nuova luce sulla città, rivelando chi ha concepito palazzi, angoli e quartieri tuttora dominanti: il complesso scolastico di piazza Marconi, le villette e le palazzine tra viale Italia e via Amendola, villa Rau in viale Mameli, i due edifici subito dopo il ponte di Rosello, Palazzo Novecento in via Manno fanno parte del lungo e sorprendente elenco delle opere e dei progetti riconducibili a questo architetto romano arrivato a Sassari nel 1929, diventato ben presto uno dei punti di riferimento della classe dirigente cittadina e morto in miseria nel 1944 nel carcere di Oristano, vittima dei fatti del 1943.

L'architetto Angelo Misuraca
L'architetto Angelo Misuraca

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Damnatio memoriae. La parte più affascinante della vicenda è proprio l’incomprensibile sparizione di qualsiasi dato riferito ad Angelo Misuraca, che fino alla scorsa estate era solo un nome conosciuto da pochi. Lo stesso libro è stato concepito in maniera differente e si è evoluto verso la versione definitiva soltanto dopo il ritrovamento casuale, nell’Archivio di Stato di Sassari, del cartellino con i dati anagrafici. Da lì la scoperta, attraverso il contributo dell’Archivio di Stato di Cagliari, della morte nel carcere di Oristano avvenuta il 29 luglio del 1944 (per coincidenza l’ultimo compleanno festeggiato da Benito Mussolini). A quel punto l’autore e gli altri curatori, insieme all’editore, divorati dall’ansia di ulteriori particolari, sono riusciti a risalire alla famiglia della moglie Eugenia Catanzaro Santini che ha consegnato addirittura un diario nel quale la donna racconta i giorni dell’arresto e della morte del marito.

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Villa Rau, rimasta intatta e scampata alle demolizioni degli anni Sessanta

Figlio dei tempi. Mario Pintus, autore del libro, è il figlio di Antonio, principale collaboratore di Misuraca che gli affidò parecchio materiale personale. Da tutti i disegni di Antonio Pintus e Angelo Misuraca è nato un volume che nelle intenzioni dell’autore va al di là della vita privata e professionale di questo architetto avvolto nel mistero. Misuraca diventa così il pretesto per percorrere quel periodo, sfogliare «vecchie carte per capire una storia ancora recente per avere tutta la dimensione di una città che si è modificata sotto i nostri occhi. E sorprenderci, anche, per come poteva apparire». E per dare «un contributo utile a cercare la chiave di lettura di una Sassari che poteva essere e non è stata».

Quindici anni da protagonista. Nato a Roma nel 1893, figlio d’arte (il padre Giacomo faceva parte del Gotha dell’architettura Italiana), formatosi professionalmente a Genova, comincia a lavorare a Sassari nel 1929 e tre anni dopo decide di trasferirsi stabilmente in città insieme alla moglie. Con la quale va ad abitare nella casa, adesso abbandonata e semidiroccata, che ancora resiste in via Coppino di fronte a Corte Santamaria. Riscuote subito un grande successo, al quale la sua appartenenza al regime fascista dà certamente impulso decisivo. Del resto a quei tempi «Sassari era una città in cui la classe dirigente era formata sostanzialmente dalla vecchia borghesia liberale e dai suoi eredi apaticamente convertiti al Fascismo nel 1922 e soprattutto nel 1925» scrive Cosimo Filigheddu nel saggio, aggiungendo che il fascismo di Misuraca non era di comodo, anche perché difficilmente il regime avrebbe consentito un ruolo tanto importante a qualcuno che non fosse perfettamente organico. Angelo Misuraca così percepiva due stipendi: quello del Partito fascista e quello della Provincia, di cui era dipendente. In più agiva anche come libero professionista.

Il tracollo. Sicuramente era benestante e fa specie il suo tracollo. Arrestato il 15 dicembre del 1943, pare per una delazione che lo accusava di cospirazione, viene trasferito da San Sebastiano a Oristano dove condivide la prigionia con Antonio Pigliaru. Viene condannato a un anno e otto mesi nel giugno del 1944, muore un mese dopo ufficialmente per una paralisi. In realtà soffriva di problemi renali che la prigionia potrebbe avere aggravato. La vedova resta a Sassari, in miseria, fino al 1948 poi si trasferisce a Pietrasanta, in Versilia, dove muore nel 1978. Le loro tracce si perdono subito nella memoria sassarese, come se qualcuno avesse voluto occultarle con fastidio, come polvere spazzata sotto un tappeto.

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