«Siamo tutti al guinzaglio delle tecnologie»

Ippolita, gruppo di ricerca informatica indipendente, ospite dei laboratori dell’Accademia di Belle arti di Sassari

Nato nel 2005 a Milano, al Pergola Tribe all’interno del progetto Reload Reality Hacking, Ippolita è un gruppo di ricerca indipendente e interdisciplinare che guarda criticamente all’informatica. «Siamo amanti della tecnologia, ed è proprio perché l’amiamo che ne vediamo anche gli aspetti più oscuri e problematici». Così si legge nell'introduzione del loro ultimo libro, “Anime elettriche” (Jaka Book), frutto come i precedenti di una scrittura conviviale: «Un’eredità – spiegano – che ci arriva dal mondo dei collettivi e dell’autogestione».

Come portate avanti questo lavoro di gruppo?

«Scrivere insieme è molto faticoso, perché comporta una continua rinegoziazione di ruoli e competenze, al di là dei contenuti. La convivialità nasce dall’esigenza di tradursi reciprocamente, esporre le proprie idee agli altri, condividere percorsi individuali. Nella convinzione che diventare autori significa in primo luogo crescere insieme».

“Anime elettriche”: perché questo titolo?

«Un omaggio a Philip K. Dick che scrisse nel 1968 “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, da cui è stato tratto il film “Blade Runner”. Nel romanzo come nel film gli androidi ribelli, fabbricati dagli umani per compiere i lavori più pericolosi, devono essere eliminati. Ma, per quanto macchine, si mostrano capaci di emozioni, di piangere e sognare, di provare empatia ben più degli umani stessi. Cosa significa essere umani, vivere una vita degna di essere vissuta e intrattenere relazioni con le macchine è una questione quanto mai attuale».

Ma la vita digitale che effetti ha sulla vita reale?

«Il digitale è reale nel senso che è materiale, fatto di dispositivi elettronici, infrastrutture, data center e così via. Parliamo piuttosto di vita connessa e vita disconnessa. Non esiste una frontiera chiara e netta fra le due. Siamo immersi in sistemi cibernetici complessi, caratterizzati da meccanismi di retroazione che modificano l’intero sistema. Per esempio, per decidere dove andare a cena con gli amici ci affidiamo a una piattaforma in cui gli utenti valutano i ristoranti. Il sistema ci influenza. Effettueremo poi la nostra valutazione e questo influenzerà il sistema. Più che effetti, si tratta di intrattenere relazioni adattative. Ci adattiamo alle macchine e le macchine si adattano a noi. Il punto è chi decide quali sono i criteri di adattamento, in base a quali parametri: produttività, consumo, velocità, prestazione sono tutti valori non negoziati di questi sistemi».

La tecnologia informatica ha modificato la nostra identità?

«Le procedure di addestramento cognitivo messe in opera sulle piattaforme digitali commerciali plasmano le nostre identità. Reagiamo alle notifiche, cambiamo umore per una sollecitazione esterna che modifica il nostro stato emotivo. Gli stili cognitivi e relazionali sono fortemente influenzati dalle ideologie sottostanti alle tecnologie. Non esistono tecnologie neutre. Nel complesso vediamo un’avanzata delle tecnologie del dominio, che ci insegnano a dominarci reciprocamente e a dominare noi stessi».

E in che modo l’identità viene “presa in custodia”, per riprendere un passaggio del libro, dalle piattaforme social di massa?

«In maniera morbida, senza costrizioni, attraverso un semplice e ripetuto ritornello: “acconsento”. Ogni volta che inseriamo le nostre credenziali su un servizio commerciale, accettiamo senza riserve un contratto che di solito non abbiamo letto. Sono i Termini del Servizio, quelle complicate regole d’ingaggio alle quali ci affidiamo in continuazione. Senza nemmeno prenderci la briga di capire cosa stiamo sottoscrivendo. Sono deleghe cognitive dalle quali è difficile tornare indietro, perché le identità che costruiamo “in casa d’altri”, sulle piattaforme social di massa per esempio, rispondono ai criteri ideologici di quei servizi: rendere pubblico e trasparente ogni dettaglio, non riflettere ma reagire in maniera automatica, non preoccuparsi di gestire nulla in maniera autonoma e responsabile, ma semplicemente rimanere connessi».

Che peso ha quella che definite “pornografia emotiva” in questo svelamento dell’identità?

«La pornografia emotiva non è un’invenzione dei social di massa, esiste anche nei media broadcast, come la tv. Il format del Grande Fratello è probabilmente l’esempio più noto. Si tratta di esporre le viscere emotive, di mettere in scena i rapporti interpersonali in uno spettacolo che diventa “un’intima sfera pubblica”. Esibire le emozioni senza alcun filtro, ad esempio mostrare immagini di morte e violenza senza raccontare un contesto che le renda degne e comprensibili, è una pratica diffusa di pornografia emotiva».

Tenete anche dei laboratori di autodifesa digitale. In cosa consistono?

«Autodifesa implica che ci sia qualcuno da cui ci si debba difendere perché ci si sente vulnerabili e che lo si voglia fare in prima persona. Significa aver compreso che la propria privacy e quella degli altri è una ricchezza da preservare

e da ampliare. Significa aver capito che nel mondo 2.0 è tutto gratis perché la merce siamo noi. Le opzioni tecniche e gli applicativi che proponiamo di usare sono solo free software e open source. Le vulnerabilità nostre e di chi ci circonda possono diventare altrettanti punti di forza».

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