«I miei universi paralleli nella hall del Nyx di Milano»

L’hotel sceglie l’arte di strada per le sue pareti Il sardo Andrea Casciu tra gli artisti selezionati

di Grazia Brundu

SASSARI

Si chiama Nyx, come la dea notte per gli antichi greci, è a Milano, vicinissimo alla stazione centrale, apre a fine mese ed è il primo hotel in Italia della catena alberghiera israeliana Fattal, già presente in altri paesi europei.

Fin qui niente di esaltante, a parte il giro d’affari. La vera novità sono la hall e i corridoi, affidati, con un bel fiuto per le mode metropolitane, alla decorazione di tredici esponenti della street art molto conosciuti dagli addetti ai lavori e dagli appassionati del genere.

Fanno parte del gruppo, selezionato dalla galleria milanese Question Mark, anche due sardi: Skan, alias Emanuele Boi, ventinove anni di Cagliari, e Andrea Casciu, trentatré anni, nato a Siris nell’oristanese, residente a Bologna. Una buona media per la Sardegna e una soddisfazione per i due giovani artisti che si ritrovano in compagnia di colleghi come Corn 79, Etnik, Joys, Jair Martinez, Moneyless, Neve, Orion, Peeta, Seacreative, Urbansolid e Yama11. Andrea Casciu ci racconta com’è andata.

Uno dei suoi lavori più recenti è il murale sulla facciata delle poste di Oristano, realizzato dopo aver vinto il concorso “Paint” bandito dall’ente postale. com’è stato passare per la prima volta dalla strada a un interno?

«In realtà mi era già successo ma mai per una commissione così importante. Fa un bell’effetto vedere il mio lavoro là dentro, insieme a quelli di artisti davvero bravi. Quando si entra nell’hotel sembra quasi di entrare in un museo».

A quale dei dodici piani bisogna salire per trovare il suo lavoro, e cosa ha creato?

«Sono al primo piano, proprio davanti agli ascensori. Avevo a disposizione una parete orizzontale molto grande e piena libertà espressiva. Ho ripreso un soggetto che dipingo spesso, il Barbuto, un personaggio nato da una serie di autoritratti, che ritorna nei miei lavori con variazioni a seconda dei contesti. In questo caso i Barbuti sono due, di profilo, uno a destra e uno a sinistra, con in mezzo fasce colorate di celeste che rimandano a universi paralleli. Ho anche realizzato un quadro, come gli altri artisti, per la hall dell’albergo».

Lei utilizza spesso dei simboli. Nel murale milanese, per esempio, ci sono un sole e una luna. è solo un omaggio alla “notte” nel nome dell’hotel, o c’è dell’altro?

«Sono appassionato di alchimia da quando frequentavo l’Istituto d’arte a Oristano. Un mio compagno di classe aveva un bel po’ di libri sull’argomento e io li spulciavo volentieri. Mi piace molto il segno incisorio e mi capita di prendere spunto dalle vecchie incisioni sui passaggi alchemici».

Il suo barbuto non cambia mai espressione, è indecifrabile, però sembra calarsi in vari personaggi e avventure. si può parlare di una serie? E come mai per dipingerlo usa solo quattro colori?

«Non c’è una storia che unisce tutti i soggetti, cerco di trascinare il Barbuto in situazioni diverse. Mi piacciono gli dei classici e gli episodi dell’Odissea, ai quali a volte mi ispiro per il mio personaggio. Nel murale delle Poste di Oristano, per esempio, era Ermes, il messaggero divino. Uso pochi colori perché rendono meglio visivamente: oltre al bianco e nero, mi piacciono l’oro e il celeste perché rimandano alle immagini sacre russe, e infatti molti mi dicono che il Barbuto, con il suo sguardo fisso, ricorda un po’ le icone».

Conosceva già Skan prima del lavoro per il Nyx hotel?

«Sì, da un paio d’anni, abbiamo fatto insieme un murale per la Galleria del Sale a Cagliari, e siamo andati insieme anche a Milano. Mi piace molto il suo stile, con gli spray ha una tecnica eccezionale e la sua visione caleidoscopica è davvero interessante».

A proposito di spray, lei non li ha mai usati. Perché?

«Non sono mai stato un graffitaro forse perché i graffitari dipingono i treni con lo spray, io invece vengo da un piccolo paese e da me i treni non c’erano! A parte gli scherzi, per una questione di manualità sui muri, come sulla carta, mi trovo meglio col pennello, oltre che con l’asta e il rullo».

A cosa sta lavorando al momento?

«Alterno lavori su commissione ad interventi sui muri di luoghi abbandonati dove posso sperimentare nuove idee. Da un anno collaboro con l’Ab Factory di Andrea Concas, a Cagliari, che è sia galleria che laboratorio di serigrafia. Una bella realtà che, oltre a dare spazio agli artisti locali, ha portato in Sardegna opere di esponenti mondiali della street art, tra cui Banski, Shepard Fairey, Ron English».

Da un paio d’anni lei vive a Bologna. gli

street artists sardi sono apprezzati fuori dall’isola?

«Noi non ce ne rendiamo sempre conto, però io mi sento dire spesso: “Ah, però, voi in Sardegna avete un sacco di bravi artisti”. E siamo anche abbastanza riconoscibili perché nei nostri lavori rappresentiamo spesso la natura».

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