Antichi saperi e accoglienza Ecco la ricetta contro la crisi

Il paese di Lussu riattiva produzioni tradizionali con un occhio al turismo

GIACOMO MAMELI. Sì. Il paese si spopola. 1332 abitanti nel 1911 e nel 1951. «Oggi siamo 481, trimezzati», dicono al bar Luna e Sole. Ma i resistenti di Armungia – il paese di Emilio Lussu, il paese col nuraghe tra le case, il paese capofila degli antropologi che studiano le micro comunità italiane – esternano l’orgoglio di presidiare un villaggio dove il decoro urbano è evidente: selciati con pietre sarde e marmi della Gallura, di Orosei e mai del Trentino, non trovate una cartaccia o una lattina per strada, le case quasi tutte finite, tra intonaci color fango spicca l’insegna bianco-blu del Touring Club col nome del villaggio, i muretti a secco curati come opere avamposto di buona urbanistica. Non c’è casa senza fiori, aria di Trentino o dei borghi marchigiani. Camminando per le vie sentite soprattutto il profumo dei narcisi, ammirate il caleidoscopio dei tulipani, con i fiori rosa di pesco e gli ultimi boccioli bianchi dei mandorli, le campagne sono bianche di perastri e gialle di ginestre manco le avesse curate Van Gogh .

LIBRI E FILUFERRU

«Vogliamo sperimentare un modello in cui si rafforza il tessuto culturale, ma lo si innesta al buon vivere con un obiettivo: reinventare micro economie locali perché se alle cose, anche la minima, non si dà un tornaconto in moneta non si va da alcuna parte», dice Tommaso Lussu, 44 anni, laurea in Lettere e specializzazione in archeologia preistorica a Roma, nipote residente fisso nella casa tutta scisti che fu del Cavaliere dei Rossomori nel rione Cannedu, in fondo al paese. Anche il nonno-cacciatore aveva il chiodo fisso per la cultura. Era stato Lussu, eroe del Carso, parlando alla Costituente nel 1947, a sognare «gli scaffali delle case dei sardi pieni di libri e non di bottiglie di filuferru».

MEGLIO RESTAURARE

Su questo filone – che poggia su basi culturali – si muove l’amministrazione guidata da Donatella Dessì e che per quindici anni ha avuto come primo cittadino Antonio Quartu, ingegnere, 65 anni, a capo dei servizi dell’assessorato regionale agli Enti locali. È evidente che l’attenzione scrupolosa ai dettagli edilizi ha la sua firma: le piazze rimesse a nuovo sono proporzionate al paese, non vi accecano colori improbabili, nessun nuovo cantiere perché «è sufficiente, e molto più utile, restaurare l’antico. Che bisogno c’è di nuovo se le costruzioni esistenti, col marchio della storia, sono oltre quattrocento e quelle abitate non più di cento? Semmai potremmo accogliere nuove comunità, si crea più occupazione col ripristino». Ancora Tommaso: «Nei paesi che si spopolano occorre andare controcorrente creando servizi, garantendo i collegamenti, ripristinando la sentieristica nelle campagne, calamitare visitatori internazionali. Una gita in campagna è una lectio magistralis di botanica e geologia, in vallate dove osano le aquile: questo treno ci sta venendo incontro e lo dobbiamno agganciare, costi quel che costi».

TELAI FINLANDESI

Eccola allora la filiera economica. C’è la casa della tessitura e del pane nel nome delle nonne, Sa domu de is aias, in muratura tradizionale, i forni a palla. Qui è regina la moglie di Tommaso, Barbara Cardia, 42 anni, prossima neomamma, studi di giurisprudenza. È la Penelope di Armungia, fissa al telaio. Ma non a quello originale sardo, che impone tempi lunghi. No. Trovate telai marcati nuraghe (ce n’è uno di fine Seicento) ma i più produttivi sono quelli finlandesi e marchigiani. Di concezione moderna, ma con tecnologia medioevale, Oika Haittilantie da Tojala e dalla provincia di Macerata, «consentono una lavorazione più veloce». Sarde le lane, colorate a mano con erbe neturali del Sarrabus Gerrei. Marito e moglie lavorano (e vendono, anche con Internet) i tappeti. Si muovono tra spole, navette, licci. In uno scaffale i fili degli orditi, rocchettoni di lino e cotone grezzo.

I SAPERI DELLA NATURA

Barbara: «Il nostro modo di tessere è quello tradizionale sardo, il telaio è solo uno strumento, la tecnologia è solo d’aiuto. Facciamo corsi professionali da sedici ore nel fine settimana, è importante che si ridia vita all’artigianato, è il lievito per la ripresa economica. Tra le apprendiste tessitrici abbiamo anche tre donne di Sassari, due di Nuoro e una di Tempio. Idem per la panificazione». Ancora Barbara: «Trasmettere il sapere delle nostre tessitrici è quel che nella Convenzione Unesco 2003 si intende per salvaguardia. Con Tommaso vogliamo attivare una trasmissione di know how che è costruire futuro, per gli artigiani, per le differenze culturali, per i saperi della natura, per cose dotate di uno stile. Le competenze attivate si ri-aprono a loro volta alle varianti, alle creazioni, a nuovi mercati. Il patrimonio culturale immateriale sta vivendo un tempo fecondo. Lo può essere in tutti i paesi».

IL CINGHIALE DEL DIAVOLO

Artigianato e accoglienza. Con Casa Lussu, inondata di fiori e col cinghiale del diavolo in ferro all’ingresso, ci sono altri tre Bed and Breakfast: Villa Chiara, Sole e luna, Su carreri. Maria Ignazia Agus, barista e titotolare di B&B: «Rassegnazione zero. Servono idee e iniziative Occorre creare eventi in modo continuativo, le nostre case sono accoglienti. Mi chiedo: è più salutare vivere tra i fumi di Pechino o nell’eden di Armungia?». Alessandro Pitzalis, ventisette anni, perito agrario, con il padre Tonino e il cugino Giorgio Sanna, gestisce un panificio dal quale sforna due quintali di pistoccu al giorno: «Usiamo grano sardo, vendiamo in tutta l’isola, abbiamo un rappresentante. La gente dovrebbe mangiare il pane sardo quotidiano non quello surgelato dai paesi dell'est e venduto per fresco nei market col microonde».

CALCE E MATTONI

Con poco più di quattrocento residenti non c’è da gioire. Stefania Usala è dietro il bancone dell’unica bottega. Poco prima di mezzogiorno emessi appena sei scontrini fiscali: «Se non c’è gente non c’è economia. Ci salviamo perché lavora anche mio marito, Michele Congiu, ha un punto vendita di prodotti ittici del mare della costa orientale, ma è davvero dura». Resiste il leader degli imprenditori locali, Gianni Lecca, sessantatré anni. Passa fischiettando al volante di un furgoncino che trasposrta calce e mattoni. «Siamo tre soci, abbiamo sette dipendenti, lavoriamo dove ci chiamano, anche ad Alghero, anche nel Sulcis, si va a lavorare dove il lavoro c’è, il lavoro a casa tua non arriva, bisogna anche voler lavorare».

GLI ULTIMI PASTORI

Enzo Orrù, geometra, 56 anni, è al bar dove legge di sport: «Non basta la volontà, il lavoro manca perché è l’Italia, Sardegna in testa, a non avere politica di sviluppo. Non c’è quello industriale ma neanche quello artigianale o commerciale. E non ci decidiamo a lavorare la terra». La terra la lavorano gli ultimi pastori e alcuni contadini. Greggi e mandrie di dimensioni modeste, capre e pecore, un po’ di mucche, agricoltura di sussistenza. Paese di sport con la squadra di calcio in seconda categoria agli ordini di mister Emilio Piga. Master and back. Aldo Utzeri, 77 anni. «Sono un emigrato di ritorno, l’aria del mio paese mi mancava. Lavoravo come sarto a Milano, poi in un’impresa di montaggi industriali. Qui ho realizzato tutti i costumi del gruppo folk Aremusa. Credo che dovremmo avere un po' più di inventiva». Al bar si divertono al flipper Daniele Stella di 35 anni, allevatore e con lui Marcello Congiu artigiano di 44 anni e Mauro Stella, cameriere di 22 pronto a «fare la stagione nei villaggi turistici a Budoni». Dicono: «Noi in paese viviamo bene, lo vorremmo più vivo ma comprendiamo che non è facile». Tommaso e Barbara sono l’idealtipo di chi fa in concreto.

INVERTIRE LA ROTTA

Il sindaco Dessì e il suo vice Quartu invocano un nuovo futuro. Quale? Quartu: «Occorre pensare a una sorta di Erasmus per i piccoli paesi, Erasmus in salsa sarda, garantire soggiorni che non siano di ozio ma di studio, di aggiornamento, per più mesi all’anno. Gli spazi li abbiamo». Dessì: «Tale progetto non potrebbe che essere regionale e finanziato dall’Unione Europea. Si può, basta volerlo, basta programmare, invertire la rotta. Ogni paese può diventare un albergo diffuso». Progetti che Alberto Cabboi, responsabile del sistema museale, discuterà a fine settimana in Calabria per progettare la rinascita dei piccoli borghi in Italia con la ricetta-Armungia: micro filiere produttive e culturali. All’ingresso del paese un cartello traccia il piano di rinascita:

si legge che Armungia è gemellato con Asiago, Fora, Sinnai, Tempio e con la Brigata Sassari. Sono indicati il museo etnografico, quello di Joyce ed Emilio Lussu, la casa del fabbro, il nuraghe, il museo dei minerali. Hanno una cifra storica e culturale. Bisogna innestarle quella economica.

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