Sessantotto e film Gli echi dell’utopia sullo schermo

L’era della contestazione esplorata da Gianni Olla I registi e le opere che ne colsero lo spirito

Pubblichiamo una parte del prologo del libro di Gianni Olla “A morte i padri. Cinema e film negli anni della contestazione 1964-1976”.

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di GIANNI OLLA

Uno degli scopi, forse il principale, di questo libro è quello di inserire il Sessantotto in un flusso di avvenimenti che hanno avuto inizio nel decennio precedente e si sono estesi agli anni Settanta. Ciò che caratterizza questa analisi e l’inevitabile constatazione che, a partire nel secondo dopoguerra il mondo e attraversato da un’inarrestabile mutazione antropologica, facilmente leggibile sul piano degli eventi, ma non sempre interpretabile con lucidità, anche dopo cinquant’anni.

Dunque, né il Sessantotto nasce e si sviluppa esclusivamente nell’anno indicato, né i singoli avvenimenti o le idee dominanti si possono collocare rigidamente in categorie (il mutamento di costumi, la contestazione studentesca, l’emancipazione femminile, gli scioperi operai, la violenza, le utopie rivoluzionarie) che oggi e facile smontare e analizzare singolarmente, ma che allora erano strettamente legate l’una all’altra. Questo intreccio non facilmente districabile e anche il punto di partenza da cui muove il film di Ferdinando Vicentini Orgnani, Sessantotto, l’utopia della realtà (2006), che esplora l’universo sociale, culturale e politico di quegli anni attraverso testimonianze e interviste che non riguardano solo il “come eravamo” ma in generale il “come pensavamo” e “cosa facevamo”. Spostandoci sulla finzione, il film più problematico, e in qualche modo includente tutte queste retrospezioni, e il francese Apres Mai di Oliver Assayas, girato nel 2011. E un’opera volutamente minimalista i cui personaggi sono ragazzi e ragazze appena usciti dal liceo, dove hanno sperimentato l’entusiasmo del “Vietato vietare” anche in forme violente. La stessa biografia di Assayas si specchia nel personaggio di Gilles, che, d’estate, abbandonato dalla fidanzata hippy, si reca in Italia con la nuova amica, e fa sosta a Firenze per incontrare i compagni di Lotta Continua che hanno portato dal Laos alcuni film militanti senza alcuna attrattiva estetica.

Da qui la scelta di frequentare l’accademia d’arte e, successivamente, di interessarsi al cinema. La datazione delle vicende e importante: il 1971, anno in cui esplode la rivolta di Reggio Calabria. Una delle protagoniste seguirà fino alla città calabrese i militanti dell’“Internazionale Situazionista”, il cui profeta, non a caso, fu Guy Debord, l’autore di “La società dello spettacolo”. E sicuramente di grande interesse storico e sociologico che quello straordinario “buco nero” della contestazione anti sistema degli anni Settanta, dominata dalla destra fascista, compaia in un film francese, e con caratteri che potrebbero imparentarlo con il Sessantotto. Difatti ai moti di Reggio Calabria, nei primi tempi, stavano attenti anche i gruppi dell’estrema sinistra. I “non eventi” che fanno avanzare il film, sempre attraverso frammenti e “strappi”, costituiscono, in parallelo, la gamma possibile delle scelte giovanili che inglobano l’arte e la politica e persino i primi esoterismi orientali e le banalità romantiche della contestazione; ad esempio, per rimanere in campo cinematografico, film come Joe Hill di Wideberg (un cult dei sessantottini) e Il coraggio del popolo del peruviano Sanjnez, altro mito del terzomondismo da cineforum.

Chi e stato coetaneo (o quasi) del regista sorride e s’intristisce guardando gli entusiasmi e le depressioni di quei personaggi. Ma l’effetto più attrattivo del film risiede nell’accostare le apparenti certezze del mondo nuovo che avanza, antimperialista e anticapitalista, ad una colonna musicale interamente americana. La controcultura, come avrebbe scritto Fernanda Pivano, arrivava da li ed era ancora sanamente libertaria, non contaminata dalle drastiche adesioni ideologiche dei movimenti contestativi europei.

Insomma, quel piccolo film e neanche di successo, ha la capacita di amalgamare, dentro un racconto parzialmente autobiografico, le grandi contraddizioni della rivolta giovanile. Poiché questo saggio si occupa di cinema, va dunque ribadito, seguendo l’autobiografia impropria dell’autore francese, che, a livello di immaginario collettivo, i diversi contenitori non sono storicamente separabili e che i film e l’intero mondo audiovisivo finiscono per essere degli specchi utilissimi che segnano, attraverso i loro archivi, i passaggi cruciali dell’epoca. E questo, appunto, il senso di un recentissimo volume, La dirompente illusione. Il cinema italiano e il Sessantotto di Alberto Tovaglieri. Attraverso sei pellicole italiane girate tra il 1964 e il 2003 (I pugni in tasca, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La cagna, La classe operaia va in paradiso, Allonsanfan, Buongiorno notte) l’autore, storico di professione, analizza il rapporto tra i temi proposti da questi film e le discussioni politiche e culturali dell’epoca: dalla rivolta anti familiare alla centralità operaia, dalla contestazione studentesca al femminismo, dal riflusso degli anni Settanta al terrorismo e all’affare Moro. Tovaglieri ha messo insieme una documentazione imponente e preziosa ma il limite di questa impostazione sta forse in un rapporto eccessivamente meccanico tra l’opera filmica e gli avvenimenti storici ai quali si riferisce.

Come si scriverà più avanti, l’io dei cineasti e degli sceneggiatori non necessariamente si adegua automaticamente alle urgenze della contemporaneità, ma piuttosto ne ricava un eco che, attraverso diversi riverberi, finisce per diventare un’opera creativa che riassume lo spirito del tempo.

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