«Sono un’accabadora moderna che prova a cambiare il suo destino»

La protagonista Donatella Finocchiaro racconta il film di Enrico Pau che arriva domani nelle sale Un personaggio sospeso tra mito e realtà che si muove nella Cagliari martoriata del 1943

SASSARI. L'inizio dell'intervista, telefonica, è accompagnata dal sottofondo della voce di una bambina. Non si fatica a intuire che si tratta della figlia, nata nel luglio del 2014 poco prima dell'inizio delle riprese del film di Enrico Pau “L'accabadora” che da domani arriva nelle sale. La protagonista è lei, Donatella Finocchiaro, in uno dei ruoli che la stessa attrice definisce tra i più belli della sua carriera. Quello di Annetta, intorno al quale ruota la storia scritta dal regista cagliaritano insieme ad Antonia Iaccarino a partire da un soggetto al quale ha collaborato anche il fumettista Igort. Un personaggio che vive in un microcosmo arcaico condannata a un macabro ruolo ereditato dalla madre: quello dell'accabadora. La sua vita è segnata dalla tradizione che l’ha seppellita sin da bambina in una fossa, a contatto con la morte. E la morte la segue anche quando per ritrovare la nipote si trasferisce a Cagliari che proprio in quel momento, è il 1943, comincia a essere pesantemente bombardata. Eppure quel viaggio tra la distruzione qualcosa in lei cambia. Questo momento di passaggio, personale ma storicamente anche collettivo, diventa il vero cuore del film che può contare sull'intensa, ma al tempo stesso misurata, interpretazione di Donatella Finocchiaro: «Ricordo che avevo appena partorito – racconta – e devo ringraziare Enrico, il produttore Francesco Pamphili, la produzione irlandese, che mi hanno aspettata. Era un periodo particolare, ma la gioia della maternità, lo stato anche di confusione che questa porta, forse mi sono in qualche modo servite per rendere al meglio il personaggio».

Un personaggio sicuramente particolare.

«Sì, un po' sospeso tra mito e realtà. Una figura della tradizione sarda diventata famosa grazie al romanzo di Michela Murgia (il film non ha niente a che vedere con il libro, ndr) perché prima se ne sapeva davvero poco. Con il suo fascino, è un personaggio molto bello da interpretare per un'attrice, a prescindere dal fatto che si tratti di una figura realmente esistita o meno».

Ma che donna è Annetta?

«Una donna condannata alla solitudine da un triste destino. Da una scelta che le è stata imposta, portare la “buona morte” alle persone gravemente malate delle campagne. Spostarsi di paese in paese solo per questo compito. Ha sentito per tutta la vita il peso di questo ruolo che le hanno affidato, fino a quando il contatto con la modernità nel momento in cui si trasferisce a Cagliari la spinge a liberarsi dal giogo della tradizione, a vedere uno spiraglio per una vita diversa, una vita normale che non ha mai potuto avere. A prescindere dal discorso sull'eutanasia che questa storia tocca in maniera importante, è un film che racconta proprio il viaggio di liberazione dal peso della tradizione di questo personaggio, la sua voglia di essere una donna moderna».

Quali sono state le indicazioni principali che ha ricevuto dal regista per la creazione di questo personaggio così ricco di sfumature?

«Abbiamo cercato di costruirlo insieme. È una donna implosa, bloccata. Per questo può anche sembrare fredda, dura. Ma tutto è dovuto al suo passato».

Secondo Pau, il suo cinema si si fonda essenzialmente sull’importanza del rapporto fra i corpi umani e i luoghi che li ospitano. Che ricordi ha del periodo di riprese in Sardegna?

«È stato un periodo bellissimo. Per l'ospitalità, il calore delle persone, mi sono sentita davvero a casa. Poi

oltre che da Cagliari, stupenda, sono rimasta colpita da Collinas e da tutta la campagna sarda. È davvero affascinante la natura. Inoltre ho potuto conoscere anche il vostro mare, la costa meravigliosa, ancora selvaggia. Diversa dalla nostra, in Sicilia, devastata dalla speculazione edilizia».

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