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Flavio Soriga: «Crimini, misfatti e scrittori: la Sardegna terra del noir»

Flavio Soriga: «Crimini, misfatti e scrittori: la Sardegna terra del noir»

Grazia Deledda e Giulio Angioni hanno scritto capolavori e fatto scuola

SASSARI. Nurajò è un posto di poveri diavoli che non riescono a sfuggire al proprio destino, tra pomeriggi alcolici al bar e tentativi impossibili di fuga da un luogo che imprigiona implacabilmente gli abitanti. Nurajò è un paese immaginario eppure reale in un luogo imprecisato del basso Campidano: immaginario perché nell'elenco dei Comuni sardi quel nome non c'è, reale perché comunque tutti siamo in grado di immaginarlo prendendo spunto dai tanti paesini sardi che abbiamo visitato per poi arrivare alla conclusione verosimile che da qualche parte Nurajò esiste davvero, magari con un nome diverso. Ed è questo l'universo nel quale nasce la carriera da scrittore di Flavio Soriga all'inizio del Terzo millennio: nato nel 1975 a Uta, proprio nel 2000 è uscito allo scoperto aggiudicandosi il Premio Italo Calvino per gli inediti con la raccolta di racconti "I Diavoli di Nurajò" pubblicata da Maestrale. E due anni dopo ancora Nurajò è stato il palcoscenico di "Neropioggia", suo primo romanzo edito questa volta da Garzanti e vincitore del Premio Grazia Deledda Giovani. In un percorso lungo quindici anni e costellato attività collaterali in qualità di autore televisivo e organizzatore di festival letterali, Flavio Soriga è approdato all'universo metropolitano cagliaritano con "Metropolis", uscito nel 2013 per Bompiani, dove un delitto diventa il pretesto per battere la città in tutti i suoi quartieri e conoscere le mille sfaccettature, dal Poetto ai quartieri popolari alle lunghe notti nei locali del Castello. Proprio “Neropioggia” e “Metropolis” sono fra gli otto titoli della collana “Maestri sardi del giallo” ma Nonostante tutto, Flavio Soriga non crede di essere «uno scrittore noir nel vero senso della parola, anche se mi sono cimentato in questo genere che comunque mi attrae parecchio».

Un genere che continua a imperversare: l'Italia letteraria è il paese dei commissari, ormai li troviamo in Valle d'Aosta e in Sicilia, in Campania, in Sardegna. Carlo Lucarelli dice che non è vero che c'è troppo noir perché in fondo il pubblico li chiede, casomai può essere un problema di qualità. Qual è il suo punto di vista?

«Non so se ci sia troppo noir, o troppi gialli, non ho mai capito realmente il vero motivo per il quale ai lettori questo genere piaccia così tanto. Posso pensare che sia perché questi libri raccontano realtà comunque affascinanti, si parla di gente che passa il limite, si mette il passamontagna e la mimetica e progetta assalti ai furgoni portavalori, compie crimini efferati. Forse leggere queste cose nei libri in qualche modo regala più sicurezza a persone che in quest'epoca si sentono meno sicure. Sono storie che molte volte raccontano il cuore nero di persone normali che improvvisamente si trasformano per violentare il codice penale, i lettori vogliono capire perché un uomo decide di uccidere un'altra persona. Come se in qualche modo avessero bisogno di conoscere il lato oscuro dell'essere umano. E allo scrittore, fondamentalmente, viene naturale raccontarlo. C'è da aggiungere anche che un romanzo giallo o noir lascia poco spazio alla sperimentazione eccessiva, di fatto prevede una storia che ha un inizio, una fine e un filo logico e il lettore si fida».

I suoi autori preferiti quali sono?

«Due scrittori che mi hanno segnato profondamente sono Leonardo Sciascia e Manuel Vazquez Montalban, quest'ultimo in particolare mi affascinano tantissimo perché le storie di Pepe Carvalho sono ambientate in una terra molto vicino a noi quale è effettivamente Barcellona».

Veniamo al versante sardo: dalla fine degli Ottanta esiste una vera e propria scuola sarda, certificata da Oreste Del Buono. E da quel momento anche noi siamo stati sommersi da una valanga di commissari e investigatori.

«Intanto c'è da dire che gli scrittori sardi hanno prodotto libri che prima di tutto sono opere di altissimo livello letterario e poi, quasi incidentalmente, sono anche libri gialli: "L'oro di Fraus" di Giulio Angioni, per esempio, per non parlare del versante noir della produzione letteraria di un Premio Nobel come Grazia Deledda. La Sardegna poi si presta tantissimo a un certo tipo di racconto, ha un cuore nero da raccontare anche senza bisogno di inventare le storie. Pensate all'assalto armato alla sede di un'agenzia di vigilanza alle porte di Sassari, un commando dieci persone che ha utilizzato armi da guerra e ruspe: fosse successo da altre parti ne avrebbero parlato per mesi e magari fatto anche un film. Quello che manca invece sono i romanzi che parlino dei sequestri di persona, vicende terribili che hanno segnato la nostra terra e sono state raccontate solo dai giornalisti».

E come mai?

«Noi scrittori abbiamo prodotto poco sui sequestri rispetto alla mole di romanzi che sono usciti in questi anni. Forse è ancora troppo presto per parlarne, fa troppo male parlare di questo argomento. Un sequestro è tremendo, bisogna parlare di donne e bambini tenuti prigionieri. Bisogna anche parlare di un mondo contemporaneo, se ci pensate Silvia Melis parlando della sua prigionia ha raccontato che sentiva dall'appartamento confinante qualcuno che faceva suonare "Papa don't preach" di Madonna. Non stiamo parlando di un'altra epoca, era Madonna, non so se mi sono spiegato».

Perché l'Italia letteraria è il paese dei commissari?

«Il fascino della divisa esiste, in tutti i sensi. In Italia abbiamo visto bravi poliziotti

e carabinieri, altri cattivi, altri che purtroppo sono morti mentre svolgevano il loro lavoro.Io stesso quando ho creato Martino Crissanti mi sono inventato una squadra omicidi e quel personaggio è stata una fascinazione arrivata dopo che un carabiniere mi aveva presentato il suo superiore».

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