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Dietro il caso Montalbano c’è un professore sardo

Dietro il caso Montalbano c’è un professore sardo

I tratti del celebre commissario e l’amicizia tra Giuseppe Marci e Andrea Camilleri

Che cosa lega Giuseppe Marci (cagliaritano del 1948, scrittore e professore di Letteratura italiana all’università) ad Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, residente a Roma in zona Rai e scrittore-mito con venticinque milioni di copie vendute nel mondo? Sono entrambi isolani, dna nuragico Marci, dna greco-normanno per Camilleri, storie comuni di invasioni e via colonizzando. Camilleri scrive-scrive e chi lo ferma; Marci lo scopre, è il primo a capire quale genio ci sia dietro “La stagione della caccia”, e così – prima che la tv lo facesse santo subito – comincia a decriptare frase per frase, periodo per periodo, con la risonanza magnetica alle pagine. È stato Marci – dalle aule fra di Cagliari e Sassari – a far capire a studenti, lettori e anche agli accademici quale valore narrativo avessero le opere dell’inventore del commissario Montalbano, che diventa Luca Zingaretti in Italia, Bruno Schumann in Germania. Se gli chiedete perché ha scelto di radiografare parole vecchie e nuove, virgole, punti, se vi intriga capire perché Camilleri saltella da «un personale impasto linguistico in cui si mescolano lingue e dialetti» a un «esclusivo uso di un italiano terso e di alto registro» risponde sotto dettatura: «Camilleri è il più grande raccontatore di storie che io abbia conosciuto, sia nel racconto orale sia nella scrittura. È una persona, uno scrittore con una notevole, intensa attenzione nei confronti del lettore. Scrive per gli altri, non per sé e scrivendo vuol comunicare. È uno sperimentatore della parola intesa come suono».

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Anche adesso che la vista non è più perfetta?

«Sì. Prima era lui a rileggere i propri testi a voce alta, capiva se erano musicali o meno, se avevano una loro metrica. Adesso detta i testi e se li fa rileggere a voce alta. Così diventa come un direttore d'orchestra attento all'assolo e all'insieme, ascoltando talora corregge, modifica. È il Riccardo Muti di se stesso».

Quando Camilleri giunge a Cagliari per la laurea honoris causa lei va ad accoglierlo in aeroporto con Stefano Salis. Cosa successe?

«Mi radiografò e mi disse subito che aveva di fronte la personificazione del commissario Montalbano come se lo era figurato. Mi trovai imbarazzato e lusingato. E la mia immagine finì sui giornali nazionali. Ma Zingaretti è un’altra cosa».

E il Camilleri ultranovantenne?

«L’avevo detto ad Agrigento per gli ottant’ anni del Maestro: Camilleri bravo lo è già, ma può diventare ancora più grande».

A pochi mesi dalla pensione, Marci corona un percorso e dirige i “Quaderni camilleriani”, elaborazione grafica di Federico Diana. La rivista è tutta sarda, stampata a Monastir dalle macchine piane sotto le domus de janas a Monte Zara. Esce per Le Collane di Rhesis, sottotitolo “Oltre il poliziesco: letteratura/multilinguismo/traduzioni nell'area mediterranea”. Da pochi giorni si può leggere il terzo numero. Il tutto per un raro sodalizio fra l’ateneo di Cagliari e le Grafiche di Marco Ghiani, sponsor e promoter il direttore editoriale Paolo Lusci. Due numeri lo scorso anno, il terzo interanente dedicato al tema della traduzione, il prossimo entro l'estate.

Perché il tema della traduzione?

«Un traduttore spagnolo, Carlos Mayor, citando Italo Calvino ha ricordato che la lotta della letteratura è uno sforzo per oltrepassare le frontiere del linguaggio, sottolineando che la letteratura è attratta da ciò che sta fuori dal dizionario, è dal bordo estremo del dicibile che la nuova letteratura si proietta. Eccoci alle architetture narrative, Camilleri inventa una lingua che insegna il valore della comprensione reciproca, fa capire che la diversità è un valore, non un ostacolo».

Lei si chiede se ci sarà la fine per Montalbano, per lettori e traduttori.

«Do anche la risposta. Rileggendo l’ultimo romanzo della serie Montalbano (già scritto una dozzina d’anni fa e conservato in un cassetto), Camilleri ha trovato che la sua lingua di allora fosse molto diversa da quella di oggi. Lo ha riscritto, questa volta salvando le due versioni e smentendo quanto aveva detto a Tullio de Mauro: faccio come l’assassino, appena un romanzo è pubblicato distruggo il lavoro fatto prima, lo butto nel cestino, lo porto io nel cassonetto della spazzatura. Aggiunge: che bello, non ci saranno persone che dovranno studiare le varianti».

Quindi lei conosce già il capitolo finale sulla saga di Montalbano?

«Lo conoscono solo l’autore e l’editore. Un segreto inviolabile».

Il nome di Camilleri è legatissimo a quello di Sergio Atzeni, un altro grande innovatore di linguaggi.

«Sì. Sergio – che con me ha sostenuto l’esame di Letteratura italiana – leggeva le prime opere di Camilleri e ci diceva: questo è mio fratello. Si rendeva conto che c’era una stretta vicinanza fra lui – che già aveva pubblicato “Il figlio di Bakunin” per Sellerio – e l’allora sconosciuto scrittore siciliano. Noi leggevamo le novità, capivamo il valore di quelle pagine. Appena uscì “Il birraio di Preston” lo invitammo a Cagliari».

Il primo incontro?

«Nel 1997, per “Preston” appunto. Insegnavo tra Cagliari e Sassari. Olre che nei due atenei, Camilleri aveva parlato anche alla biblioteca di Sorso. Il tema erano i dialetti. C’erano Franco Loi e Francesco Guccini. Dopo la conferenza di Cagliari, cena da Pinuccio Sciola. Aveva soggiornato all’albergo Italia. Una sera eravamo capitati in un ristorante del Corso, il proprietario non stava nella pelle: mentre ci serviva vedeva Camilleri che, proprio in quei momenti, era in tv al “Maurizio Costanzo Show”. Parlava di Montalbano».

L’opera da lei preferita?

«È “Il re di Girgenti”.

L’amarcord ha per scenario un vigneto alle porte di Villasmius sotto i graniti di Sa Conca Arrubia, nuraghi-decoro fai da te, basalti di Sciola, anche un bassorilievo di Giampaolo Spiga col portone della casa dello scultore di San Sperate».

Marci ricorda i convegni su Camilleri a Parigi, Pécs, Fortaleza, Malaga, Città del Messico. Smitizza la “casa al mare” e spiega: «Sono ben lieto che si veda il mare e, soprattutto, si senta: nelle giornate invernali il fragore delle onde è una musica di sottofondo che fortifica l’anim. Ma per me è una “casa in campagna”. Dico: vado in campagna, è un fatto più intimo (e laborioso) rispetto all’andare su una spiaggia per abbronzarsi».

Veste da vigneron. «Noi vignaiuoli siamo lieti dell’abbronzatura che riguarda solo faccia, collo e mani: per il resto teniamo la camicia a maniche lunghe abbottonata. È il segno del legame con un mondo antico che ho voluto ricostruire, anche per creare un rapporto col nonno paterno che non ho conosciuto, ma che sento nella fatica del lavoro dei campi, nell’intimità dei giorni in cui il mosto comincia a borbottare. Ascolto il mosto e dialogo col nonno di cui porto il nome. Da lui mi derivano questa terra e il desiderio di costruire un paesaggio modificato dalle nostre idee e dalla nostra fatica».

Nato a Cagliari, Giuseppe Marci, in via Lanusei («rione Sa Butànica, lì era sorto il primo orto botanico»), liceo classico al Siotto, laurea nel 1970 con una tesi su Ugo Foscolo. Poi l’università («la sorte mi ha dato di fare quello che desideravo, di non avere alcuno che mi desse ordini»). Preside di facoltà per diversi anni. Nel 2011 tiene la prolusione per l’anno accademico che coincideva con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, rappresenta l’università al Quirinale.

Lascerà la cattedra. Rimpianti?

«Mi mancherà il contatto con gli studenti, tanti si sono fatti strada. Penso al giornalista Stefano Salis, che lavora al Sole 24 Ore, all’editor Paolo Lusci, a Gigliola Sulis che insegna Letteratura italiana all’Università di Leeds».

Cosa farà da grande?

«Ora che avrò più tempo penso che mi dedicherò a un vecchio progetto: un grande dizionario camilleriano».

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