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Latte e lotte, il pastoralismo alla prova  della modernità

Latte e lotte, il pastoralismo alla prova della modernità

Un mondo sospeso tra passato e futuro: intervista con l’antropologo Pietro Clemente

C’è un legame profondo tra latte e lotte. Tra società pastorale e identità della Sardegna. L’isola con più pecore che abitanti ha forgiato nei secoli questo suo modello di vita. Contaminato dalla modernità. Intaccato, ma mai cancellato.Pane, formaggio e cocacola, per citare l’antropologo Giulio Angioni, che in questa locuzione sintetizzava in modo perfetto la commistione tra modernità e tradizione. Tra società pastorale e consumismo. Un modello originale che ora analizza anche l’antropologo sardo, un caposcuola, Pietro Clemente. Uno sguardo attento su come è cambiata la società pastorale, ma anche alle dinamiche che in questi anni modellano l’isola. Dallo spopolamento agli effetti della globalizzazione.

In Sardegna c’è ancora una società agropastorale ?

«Se si guarda ai dati i capi ovini sono il doppio del numero di abitanti, anche se in leggero calo. Su questo piano restiamo una società pastorale con rischio di monocultura. Ma sembra che il modello industriale e terziario (tecnologia del ciclo produttivo, burocrazia, turismo) abbia invaso il mondo agro-pastorale. Penso al tragico romanzo di Giulio Angioni Assandira, sulla falsificazione turistica dell’identità pastorale. Ma credo che da sempre i riformatori abbiano immaginato un mondo agropastorale diverso, non povero, non isolato, con un alto tasso di capitale culturale. Un mondo in cui si conosce il mercato, la zootecnia, l’ecologia, la biodiversità. Ma il problema è nella vita delle zone interne, dove il lavoro agropastorale ha il suo habitat storico e ancora attuale. L’allevamento moderno resiste in queste aree con nuovi mezzi e resta il nucleo di una condizione storica della Sardegna. Resistere richiede strategie di sostegno da parte del potere pubblico. La rinascita non c’è stata, è stata sostituita dall’emigrazione. L’industralizzazione non c’è stata, è stata sostituita dalla ripastoralizzazione (nel 2003 i capi ovini erano più di 3 milioni) e dal turismo. La politica deve vedere nelle zone interne e nella integrazione tra allevamento, agricoltura, permanenza di giovani nuclei familiari, aumento del tasso di fecondità, turismo diffuso, biodiversità, l’ambito degli investimenti sul futuro».

Come è cambiata la società pastorale in questi anni?

«Ho seguito da lontano questi processi, ma ho avuto due utili sponde, da un lato il lavoro dei colleghi antropologi di Cagliari, dall’altro l’osservatorio dei pastori sardi in Provincia di Siena, che ho seguito anche attraverso la partecipazione al Circolo degli emigrati “Peppinu Mereu”. Dagli studi di Giulio Angioni sul pastoralismo, e quelli di Giannetta Murru sui pastori fonnesi che facevano azienda moderna in Campidano ho visto il processo di creazione di aziende che superavano la frattura tra proprietà del gregge e proprietà dei pascoli, che è stata la maledizione della pastorizia sarda. Penso che anche per la Sardegna sia stato un cambiamento epocale. I giovani forse vedono il sacrificio e la natura fortemente animale e terrestre del lavoro, che lo rende sempre legato al mondo tradizionale anche se nel cambiamento. Nei loro studi Zerilli e Pitzalis, parlano dei pastori di oggi come un ceto medio imprenditore. E penso che abbiano ragione. Il problema è che anche questo tipo di ceto medio, e di condizione mutata del lavoro pastorale (più comodo, più tecnologico) si trova davanti rigidità sia del fare locale che del mercato. A anche se con questa nuova cultura di ceto medio, i pastori hanno espresso un movimento molto attivo e quasi drammatico nelle loro azioni, che ricorda i movimenti di massa degli anni ’60 e ’70, ma con protagonisti del tutto cambiati. C’è sempre un nesso tra latte e lotte, che è figlio della instabilità del mercato e della scarsità di garanzie qualitative dei prodotti».

Lo spopolamento è diventato un tema centrale. Si parla di un fenomeno ineluttabile e immodificabile. È così?

«L’abitare umano è legato a fattori complessi, non è deterministico. Storicamente è connesso al paesaggio, al mondo naturale, all’uso di esso per la vita. Le ragioni dell’abitare sono complesse e anche irrazionali. Se si modificano il cratere che i demografi annunciano per il popolamento dell’isola, con pochi abitanti tutti sulle coste, e il decremento ulteriore che porterebbe tutta la Sardegna al di sotto degli abitanti di Palermo, possa svanire. La risorsa principale è la rinascita dei piccoli paesi dell’interno a cui diverse nuove generazioni hanno girato le spalle. Le condizioni oggi sono migliori che in altri tempi, per via della rete, per via della consapevolezza che in provincia si può produrre qualcosa di qualitativo anche per le città. Come mai oggi in un’isola spopolata come la nostra non si vogliono migranti? Nello spopolamento si sono accentuati processi egoistici. Di chi sente minacciato il proprio stato e ripete silenziosamente dentro di sé la frase leghista “prima noi”. C’è qualcosa di strano in una terra spopolata che non vuole nuovi accessi. Nello stesso tempo vive una migrazione biblica. La Sardegna è forse l’unico luogo dal quale si vuole scappare. Forse per la sua insularità, forse per la sua inospitalità. Non eravamo campioni di ospitalità una volta: prima il forestiero? O no? Un’altra condizione per invertire la tendenza è che non solo ci siano incentivi contro l'abbandono, ma anche che avvenga il processo di “decolonizzazione della periferia”. I giovani non devono più credere che sia una sfortuna nascere a Tonara, a Ottana, o ad Armungia, come gli è stato fatto credere, finendo per insinuare una mentalità da colonizzati che aspirano a fuggire nelle capitali coloniali. Ma quella nascita – “oggi” (non ieri) – è una chance».

Quanto la globalizzazione può avere influito nei mutamenti della Sardegna

«La voglia di cercare libertà altrove rispetto alla miseria e all'isolamento dell'isola nasce con il confronto e il tam tam delle prime migrazioni. Gavino Ledda bambino in Padre Padrone anche senza facebook vive con determinazione il desiderio di andare via. Così è per quasi tutte le donne che vanno a lavorare a servizio nella penisola, di cui di recente Giacomo Mameli ha raccolto le testimonianze in Le ragazze sono partite. Le partenze e le rimesse degli emigrati fanno vivere e cambiare l'isola, anche se producono un processo di sfiducia sulle possibilità di rinascita. Negli anni ’70 tutti i paesi dell'interno erano mutati e condividevano il mondo dei consumi. È da questo cambiamento che si può partire per pensare il futuro. Vedo la globalizzazione più come una risorsa che come una minaccia per un’isola che vuole restare in rete col mondo e anche con i suoi emigrati».

Lei ha parlato di una Grande Sardegna, costituita dai tanti sardi emigrati in oltre 50 anni. Non vede il rischio che l'isola alla fine diventi un deserto?

«Ho voluto solo dire che la Sardegna nella esperienza del mondo dei circoli dei sardi emigrati, sembra mostrarsi ignara e matrigna, non rendersi conto di quale potenzialità il mondo migratorio ha di sostegno di nuovi processi di sviluppo nell’isola. E anche qui la parola d'ordine egoista 'prima i nostri' viene applicata ma contro fratelli, cugini, zii che abitano

altrove. È sempre il guardare l'immediato e non il lungo periodo che impedisce la valorizzazione del mondo migratorio. Quando ci sono progetti condivisibili gli emigrati tornano, anche dopo tre generazioni, se hanno tenuto i contatti. Su di loro occorre contare per abitare i piccoli paesi».

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