«La verità del cinema sta solo nel racconto»

Nel film “L’accabadora”, nelle sale in questi giorni, una Sardegna non convenzionale. Il regista parla del suo progetto

Lo scorso fine settimana «L’accabadora» era al quindicesimo posto per incassi assoluti in Italia e secondo per media-copia, subito dopo «Guardiani della galassia 2» e prima de «La tenerezza» di Gianni Amelio. Un ottimo risultato per il tuo film, dopo un percorso lungo e non facile.

«È un’idea nata ormai dieci anni fa con il contributo di Igort e Antonia Iaccarino. Erano i mesi caldi del caso Englaro, della battaglia di Beppino per difendere il diritto della figlia Eluana a una fine dignitosa. Poi c’erano i racconti di mia madre sui bombardamenti di Cagliari del 1943, e la trasmissione “Diario postumo della città ferita” che avevamo curato con la Iaccarino a Radio Rai Sardegna. E due libri, “Mal di pietre” di Milena Agus e “Vita e morte di Ludovico Lauter” di Alessandro De Roma, che diedero ulteriore spinta alla necessità di raccontare la Cagliari dell’inverno 1943. Mi colpì la decisione che presero alcuni di rimanere in città malgrado il rischio delle bombe. Milena diceva – con amicizia ricambiata – che l’unico regista che avrebbe potuto tradurre il suo romanzo in immagini sarei stato io. Diciamo che “L’accabadora” è stata l’elaborazione del mio lutto per non aver fatto quel film. Poi c’è stato il successo del libro di Michela Murgia: ha consegnato un’aura a questo personaggio che fa parte del mito della Sardegna arcaica, con l’idea suggestiva di una pietas comunitaria. Ma la verità storico-antropologico è stata l’ultima delle questioni che ci siamo posti. Dico sempre che la mia è una Sardegna più sognata che reale, più pittorica che fotografica. Sento l’esigenza di raffreddare il magma dell’identità. L’unica verità è quella del nostro racconto».

Sardegna pittorica: nel film componi spesso l'inquadratura e illumini gli ambienti citando Biasi, Floris, i fratelli Melis, Fancello.

«Non è solo una scelta estetica. Li cito perché provo a fare la stessa cosa che facevano loro: interpretare la realtà in una chiave visionaria. Se vuoi questo devi usare gli stessi loro elementi primi: luce e colore. Qualcuno, dopo aver visto il film, ha detto che sembrava di viaggiare in una Sardegna inesplorata. Sicuramente lo era da me, che avevo raccontato finora periferie urbane e personaggi ai margini. Possono sembrare fisime intellettuali, ma mi pare che il pubblico stia rispondendo bene: c’è ancora voglia di percorrere tempi di racconto “diversi”, ai quali autori come ad esempio Amelio o Olmi non rinunciano mai. Seguire questo istinto personale è anche rischioso, ma a dispetto di una apparente lentezza vedo che gli spettatori si lasciano trasportare a seguire il personaggio di Annetta. È lei a dettare il tempo».

In questo la scelta di Donatella Finocchiaro è stata senz’altro azzeccata. Non è un caso abbia lavorato con Bellocchio, Calopresti, Tornatore, Crialese...

«Avevo visto Donatella interpretare a teatro “La ciociara”: mi colpì molto, e da allora abbiamo scritto il film pensando a lei. Marco Parodi dice, e sono d’accordo, che ha la potenza di Irene Papas. Ha una qualità fisica, corporea, che comprende anche la voce. Poi ci sono gli altri attori: Sara Serraiocco, straordinaria nell'interpretare la Tecla di cui avevo bisogno; quel miscuglio di inquietudine, bisogno d'amore, paura del futuro che è l'adolescenza. O Barry Ward, esempio di talento e disciplina. E Carolina Crescentini, perfetta nel dare corpo a quella che nel mio immaginario è una delle sorelle Coroneo. Ma sono stato fortunato anche per tutti i compagni di viaggio che hanno permesso la realizzazione del film».

Si vede dai titoli di coda, molto affollati.

«Dovevo ringraziare tante persone. Amici che effettuavano dei lavori in zone della città ancora segnate bombardamenti ci hanno “regalato” le macerie. Ho avuto un consulente medico che mi ha aiutato a capire come terminava la vita un malato di talassemia, o come poter rendere plausibile la prognosi di un corpo schiacciato dalle macerie. E poi i luoghi: la Giara, Collinas, San Simone. Posti bellissimi di Cagliari come villa Pattarozzi, piena di storia, nella quale si facevano serate futuriste con Marinetti. Tutti abbiamo potuto lavorare con cura. Non sarebbe stato altrimenti possibile accostarsi a quelle storie di sofferenza, corpi smembrati e fame. Il terrore di non sapere dove sono i tuoi. Le stesse storie tragiche che si svolgono ora in altre parti del mondo, non lontane da noi. Eppure Annetta, in mezzo alla devastazione, sembra finalmente trovare un brandello vita. E anche una iniziazione alla sensualità. Che è solo accennata, ma è qualcosa alla quale gli esseri umani non possono rinunciare. Così come il medico che resta in città per salvare le cere anatomiche di Susini: è la bellezza, che dobbiamo difendere in tutte le sue forme. Qualcosa che è dentro la vita, o che gli assomiglia».

Questa “fedeltà autoriale” è l'incubo dei produttori.

«Anche qui sono stato fortunato: rispetto ai miei film precedenti questo è un kolossal. Sono stati fondamentali l'incontro con Francesco Pamphli e con l'irlandese Jane Doolan, fattami conoscere da Nevina Satta, direttrice della Film Commission. Dico anche con orgoglio che il film è il primo al quale abbia creduto il Banco di Sardegna con la formula del Tax credit. È un meccanismo per “entrare” nella produzione che funziona».

Sono soldi veri: la compensazione di debiti fiscali con il credito maturato in investimenti nel cinema. Un meccanismo di finanziamento indiretto che dovrebbe essere esteso anche alla distribuzione e all'esercizio cinematografico.

«È ciò che fanno in Francia per difendere i propri film. Quello della difficoltà di arrivare in sala non è un problema del cinema sardo, ma nazionale. Il pubblico va a vedere ciò che gli viene proposto: bisogna permettere di sfruttare tutti mercati. Per quanto riguarda la Sardegna possiamo dire, dopo dieci anni dalla sua promulgazione, che la legge cinema funziona: si è superata la peste della discrezionalità. C’è certo da migliorare alcuni punti, ma tutti assieme. La legge fu il risultato del percorso avviato da chi promuoveva il cinema come industria sostenibile contro le rovine lasciate ad esempio dalla chimica. L’immaterialità delle idee: che non trasformano i luoghi, ma le persone».

Provo a seguirti: quella del cinema come industria è un'illusione non solo sarda, ma del cinema italiano. Se ad esempio parliamo di occupazione, la domanda è davvero misera a fronte di un’offerta esplosa dopo il passaggio al digitale. Pensa ai mille ragazzi che pensano di poter fare gli attori in Sardegna, o alla deriva di anni fa della legge sull'editoria: migliaia di libri

stampati per andare al macero.

«Nessuno sta illudendo nessuno: non sono certo numeri che cambieranno il destino della Sardegna. Ma quella del cinema è una delle chiavi che può dare prosperità. Bisogna essere visionari. Quello che la politica non è più».

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